Canto alla durata

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Con un pugnace moto d’orgoglio il poeta reagisce agli spazi dilatati e ingovernabili della condizione precaria del vivere quotidiano: “Restando fedele/ a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,/ impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,/ sentirò poi forse del tutto inatteso/ il brivido della durata/ ogni volta per gesti di poco conto/ nel chiudere con cautela la porta,/ nello sbucciare con cura una mela,/ nel varcare con attenzione la soglia,/ il chinarmi a raccogliere un filo”. A mano a mano che la realtà si appalesa al suo sguardo sempre più sfuggente e inaffidabile, egli sente crescere dentro di sé la prorompente consapevolezza che quella confortante idea della “durata”: “Era una sensazione,/ la più fugace di tutte le sensazioni,/ spesso più veloce di un attimo,/ non prevedibile non controllabile, /inafferrabile non misurabile”. Ma rivendica pur sempre il senso e l’utilità che da essa ne derivava: “Eppure con il suo aiuto/ avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario/ e disarmarlo/ e se mi considerava un uomo malvagio/ l’avrei convinto a pensare/ “egli è buono!”/ e se esistesse un dio,/ sarei stato la sua creatura/ finché provavo quella sensazione della durata”...

Nel presente poemetto di Peter Handke – scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, saggista, poeta, reporter di viaggio e regista austriaco nato a Griffen nel 1942 e vincitore del Premio Nobel 2019 per la Letteratura – che la Einaudi ha incluso nella prestigiosa collana “Pagina bianca” a vent’anni di distanza dalla prima pubblicazione, agisce una forma di resistenza ostinata a un triste destino intellettuale. Una sorta di supplizio che gli impone di lottare per cercare di tracciare un solco duraturo sul ventre di un terreno che il dilagante status di precarietà dell’età contemporanea rende ogni giorno sempre più molle e insicuro. Con il procedere incessante di errante dentro e fuori di sé, Handke dopo essersi formato nella temperie tipicamente novecentesca e avanguardistica, rileva in questo libro di avere in seguito mutato il suo linguaggio poetico in un verseggiare di tipo minimalista e anti-novecentista. Lo sostiene ora non più la ricerca di una parola dura e ferrea, ma il moto piano dl una lingua distesa e meditativa, nella quale possano ancora pulsare quel sentimento della durata a cui resta intimamente legato e il tentativo di afferrare la concretezza con la punta sagace delle dita, di trovare il senso e il referente. È questo, in definitiva, un lume che intende restare acceso, affinché l’irriducibilità dell’esperienza umana non si disperda nell’ombra omologante che si allunga inquietante sui nostri destini e che consigliamo di acquistare e leggere.

 


 

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