Canto di una donna libera

Canto di una donna libera
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Teheran, anni Quaranta del secolo scorso. Forugh è una ragazzina intelligente e vivace. La sua testardaggine è il tormento della madre, Turan; lei andata in sposa poco più che quindicenne all’integerrimo Colonnello, ha avuto sin da subito chiaro quale sarebbe stato il suo destino e quali i suoi doveri quando la madre il giorno del suo matrimonio le ha sussurrato all’orecchio “Lascerai la casa di tuo marito in bianco”. Sì, perché in tutto per tutto adesso appartiene a quell’uomo e non potrà più alla casa dei genitori se non nel bianco sudario del funerale. È così che è stata educata: ad essere silenziosa, obbediente e mite; proprio non si capacita di come Forugh si ostini nella sua sfrontatezza e cocciutaggine. A volte pensa che sua figlia sia posseduta da uno jinn, uno spirito ribelle, che la rende così impulsiva, polemica e per nulla docile. A niente servono gli espedienti della tata Sanam che le mette la tintura di valeriana persino nel succo di amarena o che le versa di nascosto un briciolo d’oppio nella tazza di latte caldo. Forugh è troppo scaltra per non accorgersene, e quel latte caldo finisce puntualmente ogni sera o nel lavello o nella tazza di suo fratello più piccolo che poi se la dorme per sedici ore filate. Non servono nemmeno le punizioni e le botte a domare il carattere ribelle di Forugh. E anche se lei sa che la madre è infelice, anche se la sente spesso piangere in solitudine o supplicare il Colonnello affinché le lasci più denaro per lei e i suoi figli, o subire in silenzio le percosse del marito, nonostante questo è la madre che Forugh vorrebbe scuotere, è lei che punisce e che giudica perché non ha la forza di ribellarsi, di non implorare...

Fra i più importanti punti di riferimento della poesia persiana, Forugh Farrokhzad è stata per anni voce isolata e potente della protesta femminile nei confronti di una società – quella della prima metà del Novecento – che lo shah Reza Pahlavi avrebbe voluto moderna ma che in realtà lo era solo a parole e rinchiudeva la donna in una gabbia dorata. Forugh esordisce intorno al 1950 con la prima raccolta di poesie, non a caso intitolata La Prigioniera, a cui segue il divorzio per ottenere il quale rinuncia per sempre al figlio di appena tre anni. Una vita inquieta, completamente dedicata alla poesia e a dar voce ai pensieri e ai sentimenti delle donne, che Jasmin Darznik romanza qui splendidamente alternando la finzione narrativa ad alcune liriche della poetessa iraniana. Una passione che è costata a Forugh le violente percosse del padre prima e la disapprovazione della società dell’epoca poi; che la costringe per un periodo a trovare rifugio in Europa e alla quale tuttavia non ha mai rinunciato (“Perché dovrei fermarmi? È solo la voce che resta...”) fino alla morte sopraggiunta inaspettatamente poco più che trentaduenne. Oggi le sue liriche sono le più tradotte all’estero, la sua tomba è meta di pellegrinaggio di moltissimi giovani e la sua voce, quella della “poetessa del peccato”, continua a risuonare alta in nome della libertà.



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