Capelli dappertutto

Capelli dappertutto
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Tea non sa perché la madre sia ancora ricoverata in ospedale. Corre su e giù per le scale assieme al padre ed alla sorella cercando di intercettare una di quelle infermiere dagli zoccoli rumorosi e dal pesante mascara sugli occhi. Niente. Nessuno sembra poterle dare notizie sulla salute della donna, che giace rannicchiata sotto il lenzuolo bianco tranquillamente in attesa di sapere che nome ha il suo mal di testa. Intanto, a casa, la nonna organizza nei minimi particolari il proprio funerale: vuole il vestito che ha preparato lì nella borsa accanto al comodino, le pantofole nuove ma non la catenella che porta al collo, quella no perché è sicura che poi gliela rubino i becchini; una messa di commemorazione all’anno ed una bara bella resistente – mi raccomando – per via “di tutti quei vermi”. Le giornate della giovane Tea trascorrono tra le ore passate in ospedale al capezzale della madre e quelle ad occuparsi di una famiglia che sembra in tutto e per tutto dipendere – se non altro emotivamente – da lei. Una delle tante mattine in cui la ragazza si reca in ospedale dopo essersi fermata ad acquistare una porzione di tiramisù per la madre, finalmente il responsabile del reparto la convoca in ufficio: “come descrivere l’odore dell’ospedale? Non è solo odore di medicinali. Ha detto tumore. Non conosce i dettagli. Ha detto che non sanno se riusciranno ad eliminarlo”...

Romanzo d’esordio che è valso a Tea Tulić il premio Prozak per il miglior manoscritto fra gli autori di età inferiore ai trentacinque anni e il riconoscimento per una delle migliori creazioni di valore letterario dal Ministero della cultura croato, Capelli dappertutto è una storia autobiografica. L’autrice parla della malattia della madre, del cancro che in poco tempo se l’è portata via, e lo fa senza nascondersi dietro alla finzione narrativa ma gettando in faccia al lettore immagini malinconiche come fotografie in bianco e nero, piccoli istanti, pensieri, domande senza risposta, tutti condensati in brevissimi capitoli (uno dei quali dà il titolo al romanzo) e che non concedono troppo tempo all’elaborazione personale perché colpiscono improvvisi come un pugno allo stomaco. Eppure non c’è autocommiserazione, nelle pagine della Tulić. C’è la vita di tutti i giorni, che continua a scorrere incurante della malattia e che però costringe Tea a cambiare abitudini (“Non è che posso andare ogni giorno a bere un caffè con amici e conoscenti. Quelli che sanno potrebbero fare domande. Quelli che sanno potrebbero restare seri e in silenzio. Quelli che sanno dicono: - Chiamami a qualunque ora! Dicono così, e poi si sorprendono quando li chiami ad un’ora qualunque”); ci sono superstizione e disperazione, che ti portano a credere a chi ti dice che su tua madre è stata gettata una maledizione o che ti fanno spendere denaro tentando la cura di quel dottore in Austria che con le erbe guarisce “ogni malattia”. C’è infine il rapporto fra mamma e figlia: quello fra l’anziana madre malata che già organizza nei minimi dettagli il proprio funerale e non concepisce che la figlia se ne possa andare prima di lei, ma anche quello profondo e viscerale tra Tea e sua madre. “Mentre la guardo riposare nel letto” scrive “sento un cordone ombelicale tra di noi. Qualcosa che ho cercato di recidere da sola già mille volte. E adesso sto aggrappata a quella corda invisibile come fossi appesa a un ponte”. Non è indolore leggere Capelli dappertutto, in particolare per chi quell’inferno lo ha conosciuto o lo ha semplicemente sfiorato; non è facile conoscere da vicino chi aspetta Smrt, la morte (“Neanche un po’ di soavità in questa parola tessuta di sole consonanti”); e forse anche voi sentirete muoversi il “serpente nella pancia” con il quale convive Tea. Eppure continuerete a sfogliare le pagine di questo breve romanzo, ammaliati da quella che è soprattutto una storia d’amore; la struggente dolcezza per una madre della quale la figlia ricorda improvvisamente gli atti di generosità, anche quotidiana: dalla camomilla al viaggio in Olanda, dal primo piccolo reggiseno ad una matita nera per gli occhi, dalle sigarette alle ultime dieci kune del portafoglio. Una madre verso la quale per un po’ si sentirà in colpa; per lo meno fin quando potrà fare a meno degli antidepressivi e comprenderà finalmente che continuare a vivere non è una colpa.



 

 

 

 
 
 
 

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