Capitan Abisso

Capitan Abisso

Genro Kane Gupta è un marinaio di lungo corso, nel lontano ventesimo secolo lo si sarebbe definito un vero “lupo di mare”. Oggi, però, è solo un capitano del vuoto cosmico con una brutta storia da raccontare, una storia tragica. La “Dragon Zephir”, la sua lussuosissima astronave, è prossima alla fine e fluttua senza vita alla deriva in un settore di spazio sconosciuto. Il suo pilota, Dominique Alia Wu, la donna più affascinante che Genro avesse mai conosciuto, non c’è più. La sua coscienza non c’è più, è andata oltre, si è persa, non ha più fatto ritorno dopo l’ultimo salto. Dominique non l’aveva previsto, a dispetto di tutta la sua assurda teoria sui salti iperspaziali. Eppure l’astronave è sopravvissuta, anche se per morire lentamente. Senza il pilota, l’interfaccia umana del circuito di salto, è impossibile raggiungere un porto. La nave non andrà più in nessun posto, eppure Genro rifarebbe tutto per Dominique. Fin da quando l’ha vista per la prima volta, assumendo il comando della “Dragon Zephir”...

Quando Norman Spinrad pubblicò questo romanzo era il 1983: l’ideologia scatenata dalla “rivoluzione” sessantottina che, in parte, aveva animato anche la produzione letteraria fantascientifica americana si era esaurita. Imperava una sorta di edonismo che, pur esaltando i caratteri della rivoluzione sessuale e sociale, ne svuotava i contenuti ideologici. Tornare alla vecchia concezione di fantascienza avventurosa era impossibile, ma di fatto si annullava la portata ideologica che il genere letterario aveva rappresentato durante i Seventies. I grandi cicli spaziali di Bear, Pournelle, Niven e Bujold avrebbero caratterizzato la produzione “reaganiana” di quegli anni. Una fantascienza fatta di intrighi politici fra grandi potenze galattiche, di sfoggio militare. In tutto ciò, come ha sempre fatto, Spinrad fu (ed è tuttora) una delle poche voci ad andare controcorrente. Questo romanzo (finalista al premio “Nebula”), pubblicato da Urania nel 2002 per la prima volta, ne è un buon esempio. L’autore ci propone una storia in cui l’ingrediente fondamentale è l’eros. L’esperienza del salto iperspaziale non è una semplice metafora sessuale, rappresenta la capacità di aprire nuove porte e nuovi orizzonti alla conoscenza. Sì, l’eros è visto come un veicolo di conoscenza, la via che apre nuovi orizzonti. Allo stesso tempo, però, è anche ossessione e follia. Per la “cultura fluttuante” che permea le azioni e i pensieri della civiltà immaginata in questo romanzo il rapporto fra Genro, capitano di lungo corso, e Dominique, pilota del vuoto, è insano e amorale. Nessun capitano rivolgerebbe la parola a una donna destinata a consumarsi nella dipendenza dal circuito di salto, ne andrebbe della sua carriera. Spinrad costruisce, dunque, una storia dai contorni ambivalenti, un sottile intreccio di riflessioni su cosa siamo e cosa cerchiamo di essere.



 

 

 

 
 
 
 

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