Carlo Zen ‒ L’eroe di Chioggia

Carlo Zen ‒ L’eroe di Chioggia

Venezia, 1330. La Serenissima sta fronteggiando due differenti nemici, nel Mediterraneo: Genova, acerrima, avida e ambiziosa rivale, e il crescente e impetuoso sultanato turco, barbaro assassino dell’Impero Romano d’Oriente; del dominio bizantino rimane ormai poco, Costantinopoli sta vivendo il suo ultimo secolo e qualcosa di gloriosa storia, militarmente è già fatiscente ma culturalmente e politicamente rimane carismatica; peraltro Adrianopoli è ancora bizantina, così Nicomedia. In questo contesto nasce Carlo Zen, erede di una dinastia prestigiosa, un doge tra gli antenati (Renier, circa quattro generazioni prima); Carlo è figlio di Piero, capitano della Serenissima, sullo scudo un dragone, caduto per mano turca nell’eroica e sfortunata difesa di Smirne. Cresce, quindi, orfano di padre, probabilmente nel mito del suo talento e del suo coraggio; viene battezzato Carlo per via di un insolito legame tra la sua famiglia e l’imperatore dei tedeschi. Studia tra Avignone e Padova; vive una prima giovinezza piuttosto al limite, donnaiolo e giocatore; rovesci economici lo spingono a lasciare, provvisoriamente, Venezia, e ad accettare una prima opportunità a Patrasso, in Grecia. Là Carlo Zen si distingue nella prima delle sue notevoli imprese, la difesa del borgo dai turchi: e si distingue “alla Carlo Zen”, combattendo in prima fila, regolarmente in inferiorità numerica, uscendo pieno di cicatrici, leggenda dei suoi soldati, roccia della Serenissima. Finisce sposo a una Giustiniani, vive per qualche tempo a Costantinopoli, mostrando un’inattesa sensibilità politica e una buona capacità di lettura delle complesse vicissitudini imperiali d’antan; nel corso del tempo, Zen difende, in contesti diversi, Tenedo e Treviso, soffrendo gravissime ferite e rovesciando, periodicamente, le previsioni della battaglia; ovunque e comunque difende e rappresenta Venezia, combattendo con eccezionale dedizione e accecante coraggio. L’acme della sua esperienza bellica sta nella sua impresa più delicata, a fianco di Vettor Pisani: la riconquista di Chioggia, baluardo caduto in mano genovese; mai truppe straniere si erano spinte così vicine a San Marco, eccettuati i Franchi nell’806 e gli Ungari nel 899: in ogni caso nessuno poteva averne memoria, cinquecento anni dopo. La fortuna della Serenissima poteva davvero essere differente: perdere Chioggia poteva significare perdere tutto. En passant, Carlo Zen è capace di intercettare e conquistare una grossa nave della Superba, la “Bichignona” (a bordo, duecento famigliari delle più illustre famiglie genovesi). L’esito di quella guerra con Genova sarà rovinoso per le casse dei liguri; politicamente, in ogni caso, la Superba non saprà mai più risollevarsi. Invecchiando, Carlo Zen trova tempo per lasciare il segno nella cultura veneziana: anima, ormai settantenne, un cenacolo veneziano che è giusto considerare proto-rinascimentale, scegliendo come leader un bizantino, Emanuele Crisolora, nell’intento limpido di tenere viva e forte l’alleanza tra Venezia e Costantinopoli e di fronteggiare, nella cultura come nei campi di battaglia, l’avanzata sinistra dei feroci turchi. Muore a 84 anni. I veneziani osservano, sul suo cadavere, trentacinque cicatrici di vecchie ferite…

Appassionante biografia di un protagonista decisamente poco raccontato della storia veneziana, probabilmente da annoverare tra le figure più romantiche e valorose della Serenissima, Carlo Zen. L’eroe di Chioggia è destinato a fare la gioia dei venetisti e dei semplici appassionati di storia di Venezia così come dei bizantinisti, ovviamente sempre in cerca di letture complementari o di approfondimenti, anche apparentemente marginali. Fonte principale è stata la quattrocentesca biografia di Carlo Zen scritta dal nipote, Jacopo; all’epoca venne ristampata per ben due volte; era divisa in dieci libri. Il primo a tradurla in volgare fu Francesco Quirino (probabilmente Querini), nel 1544. Dobbiamo questo nuova e apprezzabile restituzione della vita di Carlo Zen al professor Nicola Bergamo, classe 1977, veneziano, laureato in Storia Bizantina nella paterna Venezia, direttore scientifico della rivista internazionale di studi bizantini “Porphyra”; alle spalle ha due monografie romane d’oriente, Costantino V. Imperatore di Bisanzio (2007) e Irene (2015) e il saggio I Longobardi. Dalle origini mitiche alla caduta del regno in Italia (LEG, 2012). Il libro è suddiviso in sette capitoli: “Le origini (Qualis pater, talis fìlius: le gesta di Piero Zen - La gioventù)”, “Carlo e l’Oriente (Carlo a Costantinopoli)”, “La guerra con Genova”, “La guerra di Chioggia”, “Dal mare alla terra, al mare nuovamente e infine alla politica “Ancora guerra con Genova, Carlo Zen doge?”, “Carlo politico (Venezia ancora in guerra)” e “La guerra contro Padova (Carlo in Terrasanta - Carlo l’erudito e il primo circolo culturale veneziano – Conclusioni)”. Corredano l’opera la prefazione di un discendente del condottiero, Nicolò Frigerio Zen, e l’ottima postfazione di Alessandro Marzo Magno; l’edizione è completa di una buona bibliografia, completa di annotazioni, e di una cronologia. Forse non possiamo considerare il vecio Zen una figura esemplare in toto, come il povero, eroico Marcantonio Bragadin, martire della vigliaccheria e della crudeltà turca nella (predestinata) Famagosta; tuttavia è almeno una figura “fulgida”, come osserva Marzo Magno, alla stregua di Sebastiano Venier (Lepanto), di Francesco Morosini (Candia, e tante altre imprese) o di Angelo Emo, l’ultimo capitano. Approfitto della circostanza per ribadire quanto saggio e intelligente sarebbe dedicare ben diverso e ampio approfondimento, negli anni del Liceo così come nelle Università, alla gloriosa e mediterranea storia della Serenissima: trascurarla così come oggi avviene è indegno e stupido, è la negazione di una storia complessa, secolare e scintillante di fortuna, di valore e di lealtà. Raccontare Venezia tramite i suoi eroi, tramite i Bragadin, i Carlo Zen, i Venier, i Morosini, o tramite il racconto stoico ed eccezionale della lealtà alla Serenissima durante certi assedi (Candia, per dire: una pagina commovente, sconosciuta ai nostri figli: 23 anni di resistenza), è un viatico a tornare a vivere il Mediterraneo, e l’Adriatico, con ben diversa profondità e consapevolezza: del vecchio commonwealth bizantino, del vecchio commonwealth veneziano, di cosa significava vivere e combattere per una bandiera e per un popolo amatissimo.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER