Carlos Paz e altre mitologie private

Carlos Paz e altre mitologie private
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La sindrome dell’io narrativo che lo psicologo cerca di spiegare a sua madre non è niente altro che il suo bisogno di andare in giro a viversi il mondo e possibilmente la vita. La Liguria è bella, ma apparentemente stretta. Manca qualcosa, magari non manca niente, ma è solo l’io narrativo che sfasa i tempi e gli spazi e gli fa credere di essere altrove a renderlo incontenibile, strano, forse malato. Svizzera, Argentina, Danimarca, Norvegia e poi l’Olanda. Poi qua, poi là. Una peregrinazione continua a scoprire il mondo con l’ottundimento e l’entusiasmo leggero ed incosciente della gioventù. Ogni treno è quello buono per saltarci sopra e andare. Ogni aereo pure, purché sia lontano. La Liguria rimane un approdo flebile, per prendere la patente magari e poi tornare a partire. Giovane squattrinato, di quei giovani che si adattano ad ogni lavoro pur di avere quei pochi soldi in tasca ed avere il tempo, quello sì, per grandi scopate (con incluse malattie veneree) e grandi fumate in case spesso condivise con estranei che rimangono poco più di un’ombra nel proprio ricordo. Questa è la vita, che ti porta ad avere qualcosa da raccontare, qualcuno da tenere in un album personale, la possibilità di guardarsi indietro e non vedere soltanto cumuli indistinti di macerie o, peggio, un piattume desertico dal quale non c’è da raccogliere nulla. Visi, storie, situazioni al limite del paradosso e tanti posti e tanti mari e tanti granelli di sabbia tra le dita dei piedi da scrollarsi via sotto la doccia. Tanta vita. Tanta, tanta vita…

Marino Magliani mette insieme tanti frammenti della sua vita, li cuce insieme come un continuum che, di fatto, è il racconto di una maturazione. I suoi viaggi ed il suo approdo ci vengono incontro così come sono, spesso crudi, senza orpelli. Nei fatti ci sono pochi giri di parole. Nei pindarismi, invece, negli amarcord che cedono il passo ad una certa forma di nostalgia, le concessioni abbondano. E ci sta. L’autore ci rende partecipi dei suoi ricordi, ce li racconta come si farebbe con degli amici davanti ad un trancio unto di pizza ed una birra economica. Così in confidenza da non preoccuparsi della forma, insomma. E appunto è la forma, il problema. Ci troveremmo davanti ad un romanzo davvero apprezzabile se Magliani, purtroppo, non incappasse in alcuni scivoloni. Fra tutti quello del registro lessicale, che non è tanto una questione di tono (cioè la voce narrativa di chiunque scriva), quanto di tecnica. Il passaggio è troppo brusco e discordante da un’impronta poetica, ricca di enfasi e di slanci (giocando anche su immagini originali) al ricorso generoso della paratassi e del trivio. Una cosa che sembra sfuggirgli di mano, forse pensata per rendere più realistiche le storie, per incidere con un linguaggio deciso sull’umanità fragrante delle vicende. Non ha funzionato. Un peccato, perché alcune avventure stuzzicano il desiderio recondito in ognuno di noi di essere sempre e comunque altrove rispetto a dove ci troviamo. Magliani avrebbe potuto raccontarci davvero una bella, bellissima storia, di quelle sull’onda della citazione marqueziana per la quale “la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”. Ecco, il rammarico sta nel fatto che è come se la vera bellezza di questa vita spesa guardando il mondo fosse stata soffocata, come se per renderla esplosiva - e con essa la narrazione - fosse mancato quel qualcosa in più.



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