Carnera

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È l’ultimo match del programma. La finale del campionato mondiale jugoslavo. Ad attenderlo nell’angolo questa volta c’è il favorito del pubblico belgradese, il quattro volte campione dei Balcani Bane Sovrić, pugile esperto tra i pesi massimi locali, dotato di un’ottima tecnica. Carnera neanche lo guarda. Vicino a lui quello sembra un ragazzino malnutrito, l’ennesimo da mandare giù non oltre la seconda ripresa. Tutti spazzati via con lo stesso slancio, con la stessa furia, prima ancora che prendano confidenza con il ring. Ma Sovrić lo manda a vuoto al primo assalto e con un gancio sotto lo stomaco gli taglia immediatamente il fiato. Carnera barcolla sulle enormi gambe e sente le tavole del pavimento scricchiolare. Dal suo angolo sente Marco il Nero che lo incita chiamandolo col suo nome di battesimo, Trifun. Carnera, che s’è conquistato sul ring quel soprannome, pensa che soltanto sua madre lo chiama così. Il pubblico intanto si scalda, urla. Carnera si avventa sul suo avversario, prova a tirargli un diretto con tutta la rabbia che ha in corpo ma il colpo va a vuoto e il gigante finisce sulle corde, come un orso ferito. All’inizio della seconda ripresa un altro terribile colpo al plesso lo manda quasi in ginocchio. Nell’angolo, prima del terzo round, Marco il Nero è furioso, lo incalza, lo esorta, e solo dopo il gong si accorge che Carnera non lo ha nemmeno sentito. Parte a razzo sul campione e questa volta gli esplode un diretto al naso che lo fa letteralmente volare al tappeto. L’arbitro conta, troppo lentamente però e quello si rialza e si fa più guardingo, ora sente spalle e mani indolenzite e pare che nel corpo del gigante ad ogni colpo colpisca ferro fuso più che ossa e muscoli. Tutti oramai sono solo in attesa che Carnera esploda il colpo definitivo ma il gong suona cinquantacinque secondi prima della fine del terzo minuto e pone termine al match. L’aria puzza maledettamente di imbroglio oramai e la vittoria data ai punti a Sovrić non fa che confermarlo...

Un romanzo particolare quest’esordio del montenegrino Milorad Popović, vincitore nel 2012 del prestigioso “Meša Selimović” come miglior libro di narrativa dell’area linguistica serba, croata, bosniaca e montenegrina, capace di raccontare la storia travagliata e le innumerevoli cicatrici del suo Paese attraverso le gesta di un pugile quasi leggendario soprannominato Carnera per la sua imponente stazza, che nel periodo del socialismo jugoslavo per un imbroglio vede sfumare il sogno della definitiva consacrazione da dilettante a campione. Un gigante capace di picchiare come un ossesso sul ring ma privo di ingegno e determinazione che nella seconda parte del romanzo, incrocia il proprio destino con quello di un altro protagonista della storia, un traffichino croupier che attraverso le sue infinite peripezie e vicissitudini ci mostra il vero attore protagonista del romanzo. Quel Montenegro afflitto e dilaniato dalle infinite guerre e scontri fratricidi succedutesi nei Balcani a partire dalla Seconda guerra mondiale fino all’attacco di Dubrovnik durante gli anni Novanta e anche oltre. Conflitti sanguinari che hanno letteralmente trasformato la geografia e l’identità di un territorio che è passato da Repubblica Federale Socialista Jugoslava, a Repubblica Federale Jugoslava, fino a Serbia e Montenegro e infine a Montenegro. Un contesto in cui il pugilato diviene quindi la grande metafora globale capace di raccontare le vicende di tanti singoli uomini ma sopratutto quella di un orgoglioso e tormentato popolo.



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