Carson di Venere

Una enigmatica missiva in cui si annuncia la visione notturna di una “figura femminile avvolta in un velo bianco” di lì a pochi giorni è abbastanza scontato che finisca nel cestino della carta straccia. Ma quando poi la visione puntualmente si verifica, la lettera misteriosa assume tutto un altro fascino e viene frettolosamente recuperata. Viene dal Messico ed è firmata da un certo Carson Napier, che chiede un appoggio – non di natura economica, si premura di precisare – per una non meglio specificata “avventura di grande importanza scientifica”. Passa qualche giorno e Napier è seduto in poltrona nell’ufficio del narratore: afferma di essere figlio di un ufficiale dell’esercito britannico di stanza in India e nipote di un giudice della Virginia, di essere stato cresciuto da un mistico indù che gli ha insegnato a usare la telepatia, di aver fatto il mestiere di cascatore cinematografico, di essere ricchissimo e soprattutto di aver costruito un gigantesco razzo con il quale vuole raggiungere Marte. Mentre il narratore, ormai convinto di aver di fronte un povero pazzo, pensa al modo in cui liberarsi di Napier, l’uomo scompare. Per riapparire fuori dall’ufficio dopo pochi istanti. Lo sfoggio di questo arcano potere permette a Napier di conquistare la fiducia del suo interlocutore. L’avventuriero vuole che il narratore faccia da “notaio” della fantastica impresa, trascrivendo i messaggi telepatici che Napier gli invierà dallo spazio e da Marte e amministrando il suo immenso patrimonio in sua assenza. Giunto all’isola di Guadalupe, dove si trova l’immenso razzo da 60 tonnellate, Carson si prepara per la partenza. Ha rifatto i calcoli della rotta più e più volte: sulla carta sono convincenti, ma ora che si avvicina il momento fatidico Carson si rende sempre più conto che sono basati esclusivamente sulla teoria e che la sua avventura è un po’ folle. Arriva il giorno della partenza: Napier saluta i suoi collaboratori e sale a bordo del razzo e dopo un convulso conto alla rovescia parte verso Marte. Passano poche ore e si rende però conto che c’è qualcosa che non va: il razzo ha deviato dalla rotta, è attratto inesorabilmente dalla Luna, minaccia di schiantarsi sulla bianca superficie del nostro satellite. Rifacendo i calcoli della rotta, Napier comprende di non aver considerato la forza di gravità lunare, un errore probabilmente fatale. Però il razzo sfiora soltanto la Luna e si dirige verso il Sole: perirò nel fuoco tra circa due mesi, riflette amaramente l’astronauta incauto. Ma dopo tredici giorni passati in una cupa rassegnazione, si fa incontro al razzo un altro corpo celeste: è il misterioso pianeta Venere, perennemente coperto dalle nuvole

Questo volume presenta i primi due romanzi del ciclo di Amtor (I pirati di Venere e Perduti su Venere), che ne conta in tutto cinque. Pubblicata originariamente come serial sulla rivista “Argosy” a partire dal 1932 (tranne l’ultimo romanzo, che è apparso postumo negli anni Sessanta), la storia parte come una sorta di spin-off della serie di Pellucidar (incomprensibilmente inedita in Italia) e con un bizzarro aplomb metaletterario, dato che il narratore è in tutta evidenza Edgar Rice Burroughs in persona, che nel libro vive a contatto con i suoi personaggi. Dopo poche pagine però il romanzo imbocca con decisione la rotta consueta delle avventure metà esotiche metà fantascientifiche che hanno reso celebre il creatore di Tarzan. L’atletico protagonista – biondo, valoroso e dotato di poteri ai limiti del sovrumano – naufraga su Venere, dove trova civiltà barbare e decadenti al tempo stesso, donne seminude eternamente giovani, mostri feroci e congiure. Non mancano deliziose (o irritanti a seconda dei punti di vista) ingenuità, tipo Napier che si getta col paracadute da un razzo che sta precipitando a tutta velocità nell’atmosfera di un pianeta con una bombola d’ossigeno e una tuta imbottita di lana e atterra senza un graffio su un albero gigantesco. E non manca neppure un anticomunismo abbastanza naïf che comunque non guasta un libro divertente, pieno di trovate e di avventure.



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