Cartoline

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Vermont 1944. Loyal Blood trascina il corpo della sua ragazza all’ombra di un muretto a secco e la ricopre con le pietre franate a causa delle piogge. Non ha ben chiaro cosa sia successo, avverte il bruciore dei graffi sulla pelle, ma non vuole pensare a quello che ha fatto, alla sua “fregola” senza controllo. Stordito attraversa il pascolo e raggiunge la vecchia casa dove sua madre Jewell ha messo in tavola la cena e sua sorella Mernelle gongola per i soldi guadagnati con la vendita della malerba da latte. Mink, il vecchio e zoppicante capo famiglia li raggiunge, e con lui Dub, il fratello di Loyal. I soliti discorsi circolano intorno al tavolo, le solite mani sporche passano i piatti, le frecciatine sulle labbra, gli sguardi. Tutto uguale. Loyal rifiuta il cibo e con tono duro annuncia che l’indomani lui e la sua fidanzata Billy partiranno per l’Ovest, è tempo di cercare fortuna altrove per non marcire in quella pidocchiosa fattoria. Mink esplode, non tollera che il figlio venga meno ai suoi impegni verso la famiglia. Lui è zoppo e Dub senza un braccio, chi riuscirà a mungere le mucche? A sbrigare i lavori più duri? Ci vuole uno con tutti gli arti al loro posto. Le urla e le recriminazioni riempiono minuti frenetici. Loyal corre in camera a raccattare le sue cose e Mink inizia a inchiodare la porta di casa per impedirgli di fuggire. La porta? Che ci vuole, basta sfondare la finestra e correre verso la berlina Chevy del ‘36, saltare a bordo e partire. 47 dollari unti e flosci in tasca e un po’ di buoni per la benzina. Jewell e Mernelle osservano intimorite la furia degli uomini di casa, quella furia che esplode cieca e appena finisce di bruciare lascia il posto alla calma, come se nulla fosse. È così che Mr Blood ha cresciuto i suoi ragazzi e dettato legge alla fattoria. Quanti anni aveva Loyal quando suo padre gli ha rotto il naso? Dopo la mungitura era scivolato sul letame e aveva rovesciato il secchio con il latte. Di anni ne aveva tre e per due settimane aveva trotterellato per casa con gli occhi pesti e il naso gonfio come un uovo di gallina: “Dobbiamo metterlo in riga da piccolo. Ci tocca. È per il suo bene”…

Edna Ann Proulx – sono molteplici i modi in cui gioca col proprio nome per firmare i suoi libri – con questo romanzo scritto agli inizi degli anni novanta descrive uno spaccato dell’America rurale post bellica. La difficoltà della popolazione delle campagne in piena crisi economica, che fatica a pagare i prestiti e rischia di perdere case e macchinari attraverso i pignoramenti effettuati dalle banche. La famiglia Blood – ebbene sì, nome emblematico quello scelto dall’autrice – è il simbolo del degrado e delle mancate opportunità. Un mix micidiale di povertà, ignoranza e attitudine che porta ogni membro ad affrontare la vita compiendo le peggiori scelte e tragici errori di valutazione. Il riscatto è il frutto proibito che nessuno dei Blood può cogliere. Il contesto mostra un Paese che solo in parte trae beneficio dal conflitto. Nelle città la rinascita industriale legata alla produzione bellica porta benessere, ma nelle campagne i contadini faticano a destreggiarsi tra i buoni per il carburante e il crollo dei prezzi per bestiame e raccolto, accompagnati dalla scarsa manodopera. Le braccia forti sono confluite nell’industria bellica e i giovani aspirano a qualcosa di meglio che spalare sterco di vacca. Lo scontro con la modernità lascia indietro chi non si adegua: meccanizzazione, elettricità, telefono diventano simbolo di crescita. Negli anni cinquanta le fattorie vengono vendute per diventare case vacanza per la gente di città e i più creativi le bruciano per incassare l’assicurazione. Le truffe sono la norma. La parola d’ordine per tutti è “sopravvivenza”. Cambiano le aspirazioni, cambiano le abitudini, dall’autoproduzione si passa all’alimentazione industriale, al cibo senza sapore e cambiano le colture per rincorrere i guadagni. Il linguaggio della Proulx è magistrale nel descrivere il degrado fisico e morale della terra e dei suoi abitanti, nel caratterizzare i personaggi: “Mrs. Doffin sedeva in disparte, le gambe magre che sbucavano dalla gonna, incrociate alle caviglie come le ossa sulla bandiera di un pirata…”, e “Gli occhi opachi nelle loro pesanti amache di carne…”. Uno stile ricco di immagini concrete, dense di forme, colori, quasi tangibili. Con Cartoline nel 1993 ottiene il PEN/Faulkner Award for fiction, riconoscimento istituito nel 1980 e concesso annualmente agli autori americani. Indubbiamente meritato grazie a un romanzo che è un memorabile viaggio nel passato.

 


 

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