Casa d'altri

Casa d'altri
In un villaggio appenninico l’anziana vedova Zelinda Icci, fu Primo, vive da anni svolgendo lavori di lavandaia. Al mattino, presto, trascina la sua carriola di pezze sporche fino al greto del torrente e fa ritorno a casa solo all’imbrunire, con lo stesso carico di panni lavati e in compagnia di qualche capra. Zelinda, credente ma da anni non praticante, un giorno sale su verso la casa del canonico del paese, al quale vuole porre qualche domanda. Al prete Zelinda vuol chiedere se la Chiesa, rispetto alle regole, ammette eccezioni. Particolari eccezioni per casi eccezionali; il Canonico risponde irritato che no, la Chiesa non autorizza eccezioni, ma eccezionalmente valuta casi particolari. Tuttavia, in quella surreale discussione, c’è qualcosa che non convince il prete: quella donna, sola e  anziana, dopo una giornata di faticoso lavoro non poteva inerpicarsi fino alla casa del canonico solo per porre una inutile domanda. C’è di più. La curiosità e il dovere di  sostenere un’anima nei momenti di difficoltà spingono l’anziano prete a cingere d’assedio Zelinda fino a farle confessare il motivo di quella apparentemente banale domanda. Zelinda si lascia sfuggire che avrebbe voluto sapere se, per caso, la Chiesa può, talvolta, per eccezionali ragioni, assolvere ed autorizzare il suicidio. Senza tentennamenti, la risposta è negativa. Ma dopo qualche giorno, Zelinda viene ritrovata nel torrente…
Ezio Comparoni, nato a Reggio Emilia nel 1920, ha scritto e pubblicato racconti sotto lo pseudonimo di Silvio D’Arzo. Nel 1947 comincia a lavorare a questo che, negli anni, più volte riscritto e rimaneggiato, verrà celebrato dalla critica come un racconto perfetto. Le tre tappe filologicamente rilevanti risalgono rispettivamente al 1948 (quando il racconto, sotto il titolo di Io prete e la vecchia Zelinda, viene pubblicato con lo pseudonimo di Sandro Nedi), al 1952 (stavolta come Silvio D’Arzo e con il titolo Casa d’altri) e, nella versione postuma ricostruita con le carte e gli appunti di Comparoni, al 2002: tutte e tre le redazioni, in questo volume, vengono riproposte e messe l’una accanto all’altra consentendo al lettore di poter guardare oltre l’apparenza del testo definitivo e scorgere, dentro al laboratorio dello scrittore, i segreti utensili della costruzione di un racconto che, nel suo farsi progressivo, finisce per diventare “perfetto”. Da Montale a Tondelli, infatti, gli scrittori del Novecento hanno tutti egualmente indicato in questo racconto l’exemplum della perfetta struttura del raccontare: basato su niente, senza temi ‘forti’ come la guerra o l’amore, la vita o la morte, con protagonisti ridotti al minimo, un vecchio prete ed una vecchia lavandaia, Casa d’altri non è altro che un meccanismo narrativo messo a nudo. Salvo scoprirvi, come ha fatto intelligentemente il curatore Ivan Tassi, fra una redazione e l’altra, un’involontaria intrusione di matrice autobiografica che ha portato, dentro alla finzione narrativa, le tracce della orrida vita quotidiana.

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