A casa quando è buio

A casa quando è buio
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Tutti sanno che Jennie Esmond esce ogni sera, passa per la strada principale e va alla taverna. Non è per niente bello per una donna vagabondare da sola di notte. A nessuno è sfuggito poi che la donna abbia tolto la stella d’oro alla finestra, solo sei mesi dopo aver saputo che il marito, Lafe, risultava disperso. Mamie Jordan sa che Jennie tiene una fotografia di Lafe in camera da letto, ma non sembra tenerci poi così tanto. Jennie non parla mai del marito. Mamie ricorda di essersi presentata alla sua porta, appresa la tremenda notizia, pronta a consolarla. Ma la reazione non era stata quella che si sarebbe aspettata… Philip non capisce perché ad ogni pranzo del mercoledì lui e Guy finiscano per parlare di Milo, il collega di Guy. A Guy Milo non va proprio giù. Non che sia antipatico. E non è neanche per il suo atteggiamento sul lavoro. È “proprio quello che ha nella vita” a dare sui nervi a Guy. Milo ora si è dato al culturismo, pensa solo ai suoi muscoli. Ogni giorno, mentre gli altri sono in pausa pranzo, lo si può trovare in palestra col suo amico austriaco. Passano il tempo ad allenarsi, per poi ammorbare l’aria dell’ufficio e ammirarsi i corpi scolpiti allo specchio. Hanno persino deciso di tatuarsi entrambi… No, Mr Diehl non farà entrare quella donna in piscina. Polly dovrà tornare nello spogliatoio e dirle di tornare un’altra volta. Non gli importa che Polly sia la nipote della proprietaria, lui sta facendo lezione al figlio del comandante. Ha presente, Polly, il comandante, l’uomo che ha fatto costruire la piscina? E poi la donna non è nemmeno socia del club, potrà ben aspettare la fine della sua lezione…

Parte di una complessiva valorizzazione postuma di James Purdy, statunitense, scomparso nel 2009, rimasto sempre un po’ al di fuori delle tendenze, ai margini della scena letteraria, A casa quando è buio è la seconda raccolta di racconti dell’autore uscita in Italia a cura di Racconti Edizioni. Si tratta di una selezione di dieci brevi prose, dieci racconti rapidissimi, di poche pagine, che spesso ritraggono situazioni a primo impatto estremamente realistiche e ordinarie, il più delle volte dialogiche: un pranzo tra due amici, un tè tra madre e figlia, lo scambio di pettegolezzi fra due donne. E raramente, quasi mai in realtà, si raggiungono picchi di azione. Non è facile cogliere sin dal principio la direzione in cui Purdy si muove, frenati dalla staticità dei primi racconti. C’è però in ogni “frammento”, a ben guardare, un disturbo sottile, quasi un rumore di fondo, una tensione che tiene viva l’attenzione del lettore. Si percepisce un dettaglio stonato, minaccioso (“Per un attimo tacquero tutt’e due, come se fossero stupite per difficoltà sorte improvvisamente dal nulla, difficoltà piuttosto oscure in se stesse ma che pure comportavano una vaga minaccia di importanza”). Magari è “uno sguardo, obliquo e assorto” mai visto prima. E improvvisamente qualcosa si incrina. È il crollo delle illusioni consolatorie – come in Prendi il cappello Mamie Jensen non può accettare la verità che Jennie le rivela sull’amore –, è consapevolezza dell’assenza, del dolore, della solitudine, della cattiveria. Qualcosa di tanto inesprimibile alle volte da potersi proiettare sulla scena solo attraverso risvolti surreali, gestualità minime, nelle sfumature del dialogo. Dialogo che, in Purdy, camuffa spesso un monologo – evidentissimo in Papa Wolf, il racconto di un uomo chiuso in una cabina telefonica alla spasmodica ricerca di un ascoltatore, significativamente riprodotto in copertina dalla suggestiva illustrazione di Simone Massi. C’è violenza, in Purdy, data dall’ incomunicabilità, dalla contraddizione insanabile. Purdy non si scaglia, non distrugge, non c’è posto nella sua prosa asciutta, pulita ed essenziale per l’eccesso. Purdy osserva attentamente, registra la vera essenza dei suoi personaggi. Figure ordinarie ma anche, allo stesso tempo, “deformi e traumatizzate, orrendamente bizzarre” – felice definizione di David Means ripresa da Giordano Teodoldi nella postfazione al volume –, colte con pochi, velocissimi tratti, a volte solo attraverso qualche frase inserita in maniera apparentemente casuale nel discorso. Ciò che sembra fornire la chiave di lettura di questa piccola raccolta è l’ultimo racconto, Sermone, dove un oratore senza nome (“Lui”) presenta la realtà sugli uomini, “sbagliati fin dall’origine”, che come aria viziata continuano a circolare, disperati. E che, pur tuttavia, continuano a vivere. Poche pagine stranianti, acute e sottilmente angoscianti, per recuperare un autore forse poco mainstream per il suo tempo, ma senza alcun dubbio affascinante.



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