Caterina della notte

Caterina della notte

Catherine Davigo ha quarant’anni, fa la giornalista e vive a Londra; ha un padre, un compagno… e un forte senso di vuoto che la spinge, di nascosto, tra le braccia di uomini sempre diversi, poiché è “alla ricerca di un’oasi dove rinfrancare la sua solitudine”. Una mattina le arriva in ufficio uno strano manoscritto: è la storia della Siena (città che le ha dato i natali e da cui lei e suo padre sono partiti per sempre, dopo la morte della madre) medievale e di Santa Caterina, raccontata da Giovanna da Fontebranda, una donna vissuta per trentatré anni rinchiusa nello Spedale di Santa Maria della Scala (dove operava proprio Santa Caterina), senza una colpa ben precisa (che poi, nel finale, troverà chiara definizione) se non “l’aver ceduto sempre al dominio dell’amore”. Attraverso il manoscritto Catherine, come mossa lentamente da fili invisibili, comincia pian piano a ritrovarsi, a fare i conti con quelle sue lontane radici e con quel suo lutto tanto vecchio quanto ingombrante. Le storie di Santa Caterina e di Giovanna paiono sovrapporsi, in maniera del tutto misteriosa, alla sua, fino a quel viaggio in cui tutto acquista straordinariamente il sapore di casa…

Sabina Minardi, una penna navigata ma al suo esordio come scrittrice, ci accompagna per mano tra le strade, i monasteri e i costumi della Siena d’un tempo e della città di oggi, figlia delle sue traduzioni e depositaria di inestimabili tesori. Guarda la città (e quale modo migliore per farlo se non mediante la sua Santa? Perché: “Siena è Santa Caterina e Caterina non sarebbe stata senza Siena”) e le sue protagoniste, l’una complementare all’altra, l’una specchio dell’altra, con gli occhi benevoli dell’amore. Sposa il vero (raccontato con cura e dovizia) al verosimile, laddove il primo si fa occasione di narrazione, ossia si mette al servizio del verosimile, lo genera: la storia partorisce e innesta la fantasia (quella stessa cui, di tanto in tanto, fa esplicito riferimento Catherine, riconoscendola come un suo chiaro attributo) e, forse, talvolta prevale, ma come per accompagnare e accudire il lettore, per iniziarlo e prepararlo all’esistenza (o alla coesistenza) della trama (o delle trame). Passato e presente, dunque, si fondono e si confondono per dare slancio e lasciare spazio al futuro.



 

 

 

 
 
 
 

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