Caterina sulla soglia

Caterina sulla soglia

Che cosa è la vita? Un affastellarsi di incontri, l’incastro di una serie di casualità che producono emozioni e liberano sensazioni che diventano solo nostre, come i ricordi che ci troviamo a cucire nella memoria per dare un senso al nostro essere in questo mondo, al nostro fare il mondo. E’ così che Caterina ripercorre i sentieri della sua esistenza, cercando tra gli istanti e i frammenti delle stagioni che ha attraversato le ragioni del suo presente, quello che sarà domani. L’infanzia ritorna e si ravviva alla luce del primo bacio e del secondo, bellissimi con il Fina, il ragazzo della pompa di benzina, lei appena dodicenne, lui, grande, di diciotto anni. Da lì i pensieri si inseguono a cascata, ignari della cronologia reale, alla volta delle vacanze in montagna, in auto con il vomito, mentre la nonna le offre le caramelle Rossana e lei vorrebbe cantare, fino al gesso alla gamba che la riporta a casa, nel lettone della penombra insieme alla mamma che le toglie il prurito con il ferro da calza. E poi ancora, il nonno gracile e “culone” che sopravvive alla moglie e in viaggio con papà per le Marche, a “contrattare” scarpe, nell’autogrill a comperare cantuccini, sulla spiaggia a dormire con la bocca spalancata. La mamma, con un calzino corto, l’altro lungo, in fuga da tutto e da tutti, che le promette, di là da un magazzino, un prato di fragole. La prima volta sulla barca e poi tutte le altre volte, con Elias che studia Spinoza e lei che gli dice: “ciao, ciao”, credendo di essere lesbica; con l’uomo adulto che quasi la violenta, ma poi non lo fa; con Amir, l’amico-figlio afgano, che se rimette piede in patria sono cavoli suoi e allora lei lo consola prestandogli un materno giaciglio di ginocchia; con la vicina di appartamento che non può soffrire gli immigrati brutta gente, con il vecchietto dello ospizio in cui lavora, ma ancora per poco, che quasi se lo carica sulle spalle pur di fargli rivedere la sua casa...

Caterina ci racconta tutte le sue prime volte, le fissa come immagini sulle pagine per non farle andare più via. E ci regala sedici racconti lievi e profondi, ciascuno dei quali nella sua brevità contiene le gemme di un romanzo, quello che forse Susanna Bissoli un giorno scriverà. Cosa c’è di particolare in questo libricino? La semplicità: delle storie quotidiane che le appartengono, ma di cui ci fa sentire generosamente partecipi e dello stile con cui ce le consegna, pulito e scevro di orpelli, capace di fare sorridere, ghignare, commuovere, persino, ma come dire, con dignità, senza sbavature mielose. Susanna Bissoli è un’autrice che non cerca gli effetti speciali, i colpi di scena. Lavora sulla vita così come è, talvolta banale, poco eroica e la traduce in una lingua che sa di autenticità e arriva diretta - scansando i filtri - esattamente dove deve arrivare. Il suo non è un comune countdown nel passato, quanto piuttosto un inno all’esserci, reso possibile dalla volontà di affacciarsi di continuo verso inattesi orizzonti. Proprio come avviene nel racconto “L’infinito”, che racchiude l’emblema di una delle tante iniziazioni alla vita, condensato di partenze, perdite, ma anche nascite e sorprendenti rivelazioni. Caterina è lì, in ciascuna delle storie che abita, sulla soglia, a guardare quello che è stata e a mirare quello che sarà, raccogliendo i suoi respiri, soprattutto accogliendo altri respiri. In ogni dove, in ogni quando, “con gli occhi spalancati, a far entrare il mondo”.

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