Cavallo indiano

Saul Cavallo Indiano ha poco più di trenta anni, il suo popolo appartiene al Clan del Pesce degli Ojibway del Nord. Saul si trova da più di un mese al Centro Nuova Alba, portato a forza dagli assistenti sociali, dopo esser collassato, per la disintossicazione e la cura della dipendenza da alcol. Moses, il tutor, gli ha suggerito di raccontare la sua storia, perché dentro di sé può trovare le risposte, liberarsi dalla bottiglia e cambiare vita. A Saul interessa uscire quanto prima da lì, quindi racconta solo per questo. Seduti in cerchio tutto il giorno a parlare, non ne può più. Saul non riesce a parlare, per questo gli è stato dato il permesso di scrivere. Da bambino ha sentito raccontare infinite volte la storia di quando è arrivato per la prima volta il cavallo tra gli Ojibway, tanto che ha l’impressione di esserci stato. Il suo bisnonno era uno sciamano, aveva il grande dono di trasmettere i pensieri: un giorno - verso la fine dell’inverno - senza dare spiegazioni, si era allontanato verso Occidente. Ritornò in un tardo pomeriggio di primavera portando per la cavezza un bellissimo cavallo nero, animale che nessuno aveva mai visto prima e…

Era l’11 giugno 2008 quando il Primo Ministro canadese Harper chiese pubblicamente perdono per il sistema delle Residential School, dei cui obiettivi il governo canadese fino ad allora aveva finto di non essere a conoscenza: “(…) Allontanare ed isolare i bambini dall’influenza delle loro case, delle loro famiglie, delle loro tradizioni, delle loro culture e di assimilarli nella cultura dominante”. Un genocidio culturale, ma anche un sistema di pedofilia istituzionalizzata. Richard Wagamese, uno dei più importanti scrittori canadesi, con Cavallo indiano affronta il trauma dei bambini nativi americani che hanno frequentato le scuole residenziali negli anni ‘60 e ‘70. Lui stesso si è definito un sopravvissuto di seconda generazione delle Residential School, frequentate dai genitori e da molti altri familiari. Il romanzo è una sorta di resoconto sul razzismo e sui pregiudizi che, in tutto il mondo e allo stesso modo, giustificano aberranti crudeltà; ma è anche il racconto del riscatto, doloroso e faticoso, di alcuni nativi americani, della passione per l’hockey che salva. I personaggi sono meravigliosamente vividi, Wagamese riesce a coinvolgere empaticamente il lettore che in maniera naturale si ritrova a fare il tifo per il piccolo Saul, si appassiona alle partite di hockey, ama Fred e la sua famiglia, e si dissocia dai comportamenti sadici e crudeli di chi voleva “uccidere l’indiano e salvare il bambino” ma spesso faceva morire entrambi. Notevole la capacità dell’autore di far emergere l’anima del protagonista attraverso la descrizione minuziosa, quasi mistica, del suo rapporto con l’hockey: la mazza appoggiata sulla pista che lo puntella nei momenti di difficoltà, il disco che vola dove decide di mandarlo, la visione del gioco che gli permette d’intuire quale deve essere il suo posto. Una narrazione poetica che trasporta in paesaggi mozzafiato, che introduce nella cultura e nella saggezza indiana, specchio impietoso dell’ipocrisia di un certo “civile” popolo cristiano. Da questo romanzo è stato tratto un film diretto da Stephen Campanelli, acclamato al Toronto Film Festival.

 


 

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