Cazzi miei

Cazzi miei
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Essere veloce, troppo, ed essere fuori tempo sono le sue specialità. Ed è pure troppo vecchia per il rock. E poi donna! Non se ne parla. In Italia non c’è spazio per lei. Lei non demorde, non può. L’esigenza di esprimersi è troppo forte. Ma Qualcuno pensa di decidere cosa debba scrivere, quando debba scriverlo e come. La sua verità non è vendibile. Il buio e il gelo. Poi, all’improvviso, una camera d’albergo, una donna sconosciuta. Fuggire via è necessario. Uno studio di registrazione e tutti che parlano tedesco. Può solo cantare. A modo suo. Con la sua voce distorta. L’ultimo disco è stato un successone e bisogna replicare con il nuovo album. Canta, scrivi. Di più. Sempre di più. Finalmente arriva l’ispirazione. Nasce Fotoromanza. Una hit, una bomba. Una nuova vita, una seconda vita le è capitata. Inizia il 3 luglio del 1983. Una vita di lotta per la sopravvivenza. Il solito Qualcuno la guida e la tiene stretta. Così stretta da farle mancare il respiro. Stretta per non farla fuggire via. Ma fuggire dai ricordi, dalla propria storia, da se stessi non si può. Non resta che correre fino al ventre materno, per rientrarci e rinascere. Qualcuno, però, non molla e vuole portarla in ospedale. Da uno psichiatra…

Il bisogno di raccontare la follia e il rischio di non potersi esprimere attraverso la musica è troppo forte. Puzzle diventa l’album che più la rappresenta: pezzi dispersi di un’identità in frantumi. L’unico vero miracolo è la musica. Il pensiero che apre questa intensa autobiografia (delicata e forte allo stesso tempo) segna gli argini entro i quali corre il flusso della vita: “Il dolore è inevitabile, la sofferenza facoltativa”. La paura di ricadere nel baratro non può vincere. Gianna sceglie di non soffrire, di reagire, di andare oltre. Oltre i suoi limiti e quello che la vita le impone. Un viaggio nel quale la vita personale si intreccia con quella musicale e discografica, raccontato in prima persona ma con la prospettiva di chi si guarda dall’esterno. Metafore, immagini oniriche, simboli, visioni, quasi in uno stato alterato di coscienza, completano l’effetto straniante. Con uno stile poetico e frenetico, energico e convulso, le parole si rincorrono, le frasi si smozzicano e i pensieri si accavallano. Il risultato è un racconto onesto, secco. Puro. Una confessione a cuore aperto. Un racconto autobiografico che mette ordine tra le emozioni. Un flusso di pensieri per dare un senso ad una vita piena di dolori. Inferti, ma soprattutto, auto inferti. Poi, finalmente, con Penelope arriva anche la serenità. Quattro vite per raccontare una sola donna. Perché la Nannini qui è semplicemente Gianna. Una guerriera finalmente libera di amare.



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