Cella 211

Cella 211
Juan Oliver è un uomo giovane, sensibile, istruito, tranquillo. Un tipo a posto a cui finora la vita ha regalato solo gioie, tra le quali la bellissima e adorata moglie Elena - peraltro in stato interessante - e zero grane o dolori. Juan Oliver è però sopratutto un tipo preciso e puntuale. Talmente puntuale da decidere di anticipare di ventiquattr'ore la data del suo primo giorno di lavoro. ".. essendole stato assegnato un posto come agente del Corpo di Polizia Penitenziaria presso la casa circondariale di Siviglia 2, invitato a presentarsi al responsabile del servizio il 20 marzo prossimo venturo alle ore otto": il 20 marzo, appunto. Ma Oliver per non farsi prendere dall'ansia da prestazione e familiarizzare un po' con colleghi e luogo di lavoro, decide di andarci il giorno prima. Con le farfalle nello stomaco a divorarlo come fosse uno scolaretto al primo giorno di lezione, si presenta perciò al carcere di massima sicurezza, in perfetto anticipo. Ma la tensione fa brutti scherzi, si sa. Oliver se lo ricorda bene, gli succedeva anche a scuola, e così in pieno giro di ricognizione le forze lo abbandonano e ha un mancamento. Viene adagiato dai colleghi su una brandina della prima cella disponibile, la 211, in attesa di vederlo riprendersi. Ma in quel preciso istante, mentre il ragazzo è ancora semisvenuto sulla branda, esplode improvviso e assordante l'allarme. I secondini battono in ritirata per mettersi in sicurezza, ma lasciano il povero Oliver lì proprio dove sta per iniziare la rivolta di un'ottantina di inferociti detenuti, capeggiati dal carismatico e temutissimo leader Malamadre. Per Juan saranno le ventiquattr'ore più lunghe della sua vita...
Non fatevi ingannare da quell'aria paciosa e per bene di Francisco Pérez Gandul - una somiglianza da separati alla nascita col nostrano Toni Grarrani - perché dopo aver letto Cella 211, in Spagna già caso letterario nel 2004 - ora anche trionfatore al botteghino dopo gli otto Premi Goya, grazie alla pellicola di Daniel Monzon, potreste non essere più gli stessi. Un thriller carcerario claustrofobico e mozzafiato congeniato alla perfezione dallo scrittore e giornalista spagnolo, grazie al racconto delle tre principali voci narranti della storia, che alternandosi ci rivelano la vicenda in presa diretta. Il ritmo serrato e incalzante, il linguaggio duro, sboccato, crudo e colpi di scena continui disseminati con mano abilissima dall'autore, fanno da collante con la storia ad alto tasso di suspence e finiscono per inchiodare letteralmente il lettore alle pagine. Così in quel braccio della morte, in quella cella 211 a espiare kafkiani peccati originali, colpe vere o presunte, alla fine ci finiamo tutti. Perché anche un individuo esemplare sotto la cravatta può covare la brama dell'assassino. Anche la più mansueta delle vittime se gettata all'inferno, a volte può trasformarsi nel più feroce dei carnefici.

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