C'era una volta l'intercettazione

C'era una volta l'intercettazione
Tutti gli italiani sono intercettati e a prezzi costosissimi: questo ci hanno raccontato i giornali all'indomani della presentazione del disegno di legge Alfano sulle intercettazioni. Queste “bufale” possono essere smascherate rispondendo a semplici domande: come si calcola il numero degli italiani intercettati? Quali sono i costi per le intercettazioni a fronte delle spese per la Giustizia? Secondo le dichiarazioni di politici di destra e di sinistra, la riforma servirebbe a svegliare i giudici impigriti dall'utilizzo, nelle loro indagini, delle sole intercettazioni e a dare ai cittadini italiani maggiori garanzie rispetto al loro potere intrusivo. A queste ed altre menzogne, alle mistificazioni, alle frasi fatte della televisione, si risponde con il riferimento a dati reali e statistici, attraverso il confronto con le legislazioni di altri paesi, tracciando la storia dell'uso di questo utile strumento e del suo ruolo in importanti processi di mafia. Dallo storico maxiprocesso, reso possibile dall'intercettazione di Tommaso Buscetta, passando per il “processo dei 114”, che permise la condanna del capo storico dei Corleonesi, fino al processo attualmente in corso a carico di Totò Riina, le intercettazioni, anche quelle casuali, indirette, hanno spesso avuto un ruolo fondamentale nelle inchieste. L'esame delle norme stabilite dal nuovo disegno di legge, approvato alla camera, dannò invece un'idea del futuro che attende la Giustizia italiana nel caso in cui la legge entrasse in vigore. E pensare che alcuni effettivi interventi di riforma seria sarebbero possibili...
“La giustizia e le bufale della politica. Lo strumento d’indagine, la sua applicazione per reati di magia e i tentativi d’affossamento”, questo il sottotitolo, in copertina, del piccolo trattato sulle intercettazioni di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Fa da garanzia la conoscenza della materia di Ingroia, vista la sua esperienza come allievo di Paolo Borsellino e come pubblico ministero in alcuni dei principali processi di mafia. Il saggio, scritto in un “italiano comprensibile anche ai non addetti ai lavori”, come sottolinea Marco Travaglio nella prefazione, permette a tutti i lettori di scoprire quali sono le “bufale” della campagna di disinformazione messa in atto dalla stampa e dalla televisione per convincere “tanti cittadini che le intercettazioni, anziché costituire uno strumento prezioso e indispensabile per difendersi dal crimine, è una minaccia, un'emergenza da fronteggiare”, per creare un clima favorevole all'approvazione di quella che Ingroia chiama la “controriforma”, perché “le riforme sono quelle ispirate dall'intenzione di migliorare, rendere più efficiente il sistema”, se invece, come nel caso in cui la legge Alfano passi l'esame in parlamento, “gli effetti sono (...) di peggiorare la normativa, rendendola più in efficiente, è più appropriato parlare di controriforma”. E i luoghi comuni, le bugie, vengono smentiti, dati alla mano, dall'esame dei fatti, nella forza dei quali l'autore crede fermamente. È proprio svelare la “distanza abissale che c'è fra certe verità ufficiali e la realtà delle cose, fra i luoghi comuni imperanti e i dati concreti e tangibili” uno dei motivi per cui Ingroia ha deciso di scrivere questo libro, per dimostrare, da magistrato indipendente qual è, ma non per questo privo di idee e ideali, perché questa legge a lui “non pare né efficiente né giusta”. Se a questo si aggiunge il progetto di legge sul cosiddetto processo-breve, in discussione al Senato, e la possibilità, introdotta in finanziaria, di vendere i beni confiscati alla mafia, consentendo alle organizzazioni mafiose di tornarne in possesso attraverso l'utilizzo di prestanome, ci viene da pensare che all'urgenza di questo libro se ne aggiungano altre.

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