Cercando Emma

Cercando Emma

“Madame Bovary c’est moi!” è una delle frasi più celebri attribuite a Gustave Flaubert, sebbene non risulti scritta in alcun testo, in alcuna lettera: pare sia stata pronunciata dallo scrittore e poeta francese in occasione del processo subìto nel gennaio del 1857 in seguito alla pubblicazione di quello che è a tutt’oggi il suo romanzo più conosciuto. All’autore (oltre che al direttore ed allo stampatore del periodico “La revue de Paris” sul quale Madame Bovary venne pubblicato a puntate dall’ottobre al dicembre 1856) si imputava “oltraggio contro la morale pubblica e religiosa e contro il buon costume” in un’epoca in cui i conservatori reagirono offesi e scandalizzati da tanto ardire, mentre al contempo pare vi fosse un movimentato e fiorente commercio clandestino di copie del romanzo tanto criticato alla luce del sole. D’altra parte in una lettera sempre scritta nel 1857 Flaubert confessa: “Madame Bovary non ha niente di vero. È una storia totalmente inventata, non vi ho messo dentro niente, né dei miei sentimenti né della mia vita”. È proprio da questa apparente contraddizione che Dacia Maraini prende spunto per approfondire le dinamiche di una vicenda che in realtà si ispirò ad un fatto di cronaca vero (il suicidio per avvelenamento della giovane adultera Delphine Delamare) e soprattutto per indagare il rapporto intimo che lega uno scrittore al proprio personaggio...

Uno splendido saggio letterario in cui Dacia Maraini ci conduce per mano, pagina per pagina, capitolo per capitolo, ricordando un romanzo da molti letto ai tempi del liceo e riscoprendo la malìa che attrae chiunque si immerga almeno una volta nel mondo di Madame Bovary. Un libro che presenta più chiavi di lettura, forse legate anche all’età, alla maturità e alla sensibilità di chi vi si avvicina: chi vi ha letto una sorta di giustificazione della libertà ad amare per una donna, appassionata e coraggiosa, costretta all’interno delle regole ferree di un matrimonio borghese e di un ambiente bigotto e asfissiante; chi vi ha visto “il ritratto nervoso e naturalistico di una cittadina di provincia con i suoi ridicoli e meschini personaggi”. Ciò che maggiormente colpisce l’autrice è però un punto di vista, una prospettiva che forse sfugge ad una prima lettura: l’accanimento, quasi la cattiveria con la quale Flaubert carica di miserie il suo personaggio, tanto “da non poterle trovare neanche una qualità, una sola”. Tanto dal rivelarci che in lei non ci sia assolutamente nulla di avvenente fino all’indugiare sui discutibili gusti letterari (“in sei mesi si sporcò le mani della polvere di vecchi gabinetti di lettura. Con Walter Scott […] si innamorò delle cose storiche, sognò cassapanche, sale di guardia e menestrelli”). Tanto da irridere l’insopportabile ingenuità di una ragazza che amava le donne “illustri o sfortunate, come Giovanna d’Arco, Eloisa, Agnès Sorel, la bella Ferronière, Clemence Isaura; per lei queste donne si levavano come delle comete nella immensità tenebrosa della storia”. E l’ostinazione con la quale Flaubert si accanisce su Emma – sottolinea la Maraini – è crudele, puntigliosa. Eppure le similitudini tra Emma e Louise Colet (amante di Flaubert) sono molte. Dai lunghi carteggi, di cui l’autrice riporta alcuni passi, si sa che Louise era un adultera (e che Gustave non fu che uno dei suoi numerosi amanti), che spesso portava con sé la figlia ai suoi incontri amorosi, proprio come Emma; e si apprende anche quanto Flaubert la detestasse (“La mia relazione con madame Colet” scrive ad Amélie Bosquet nel novembre 1859 “non mi ha lasciato nessuna ferita nel senso sentimentale e profondo della parola; piuttosto il ricordo – a ancora oggi la sensazione – di una irritazione prolungata”). Che Flaubert si sia davvero servito di Louise per descrivere così approfonditamente il suo personaggio, come lascia intendere la Maraini? O forse semplicemente Emma è lo specchio al maschile del proprio creatore?



 

 

 

 
 
 
 

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