Cercando Virginia

Campagna toscana, 1976. Emma vive col fratello Settimio e i genitori. Il padre, figlio della più ortodossa società patriarcale, considera Emma e la madre due stupide (proprio perché donne) e alza le mani ogni volta che si permettono di discutere una sua decisione. A Emma non è stato permesso studiare, mentre Settimio ha dovuto accettare la decisione del padre e diventare ragioniere, nonostante la sua predilezione per gli studi letterari. Per poter coltivare la passione della lettura, legge di nascosto nel fienile ed Emma, che condivide la stessa passione, oltremodo osteggiata dal padre, lo segue. La vita di Emma è fatta di lavoro, di divieti, di soprusi, di privazioni; per questo, quando il fratello la scopre vittima di uno stupro, la porta immediatamente via da quell’ambiente infernale. Chiede ospitalità per la sorella alla signora Dalloway, un’amica che vive in un palazzo signorile a Cortona. Emma viene assunta come domestica, ma il rapporto con la signora Dalloway prende poi una piega diversa. Scoperta la sua passione per la lettura, le suggerisce di assecondarla, ora che nessuno glielo può impedire; le consiglia un saggio di Virginia Woolf, dove la scrittrice inglese tratteggia la iniqua condizione femminile e insiste sull’importanza che la donna abbia il diritto di seguire le proprie ambizioni personali, di esprimere il proprio pensiero e di avere un’indipendenza economica. Emma ne resta folgorata e inizia ad appassionarsi alla scrittura e al pensiero di Woolf perché capisce che una strada per uscire dalla gabbia è possibile...

Dopo l’esordio con Il rifugio delle ginestre (Garzanti, 2017), Elisabetta Bricca torna con un romanzo di formazione, suo personale omaggio a Virginia Woolf. Negli anni settanta del secolo scorso, gli anni caldi della protesta femminista, gli anni dei cortei e dei reggiseni bruciati, Bricca situa la storia di Emma, una ragazza di campagna lontana dal mondo che le si sta rivoluzionando attorno ma che arriva alla consapevolezza del suo diritto di essere ciò che vuole e di ambire alla sua autodeterminazione leggendo i saggi di Woolf sulla condizione femminile; Emma non scende in piazza ma legge. Nessuna critica ai movimenti femministi, sia chiaro, ma una possibilità altra di arrivare allo stesso risultato. Qui Virginia Woolf non è la schizofrenica, non è la melanconica ma un’antesignana della rivendicazione dei diritti delle donne, dal diritto di avere un proprio pensiero e di poterlo esporre al diritto all’indipendenza economica. Cercando Virginia è anche un romanzo sulla restituzione: restituire a Emma e alle altre donne che, con lei, costituiranno il Club di Virginia, i diritti che spettano a ciascun essere umano, nel caso specifico l’affrancamento dal patriarcato; restituire a Clarissa Dalloway, anche se dopo la sua morte, Cecilia, la figlia che la madre terribile le ha sottratto alla nascita; restituire a Cecilia il suo vero passato. La storia è una scatola cinese, da un avvenimento ne scaturisce un altro e un altro ancora, tanti collegamenti che però risultano chiari, non ci si perde nei loro meandri. Tra un passaggio e l’altro della fabula l’intreccio è ben gestito e sorretto da una capacità descrittiva notevole (pregio che Bricca aveva già dimostrato nel romanzo d’esordio), con un buon equilibrio tra livello informativo, descrittivo ed evocativo. Inoltre, ogni personaggio, dal minore fino alla protagonista, ha un valore simbolico, è lì per un motivo preciso, hanno un compito da svolgere: incarnare. Così il padre di Emma e Settimio è il padre padrone, Emma la donna che si emancipa, la signora Dalloway la donna che non è riuscita ad emanciparsi, sua madre la donna che ubbidisce alla legge patriarcale e che osteggia l’indipendenza delle altre, Lorenzo (il marito di Emma) l’uomo che appare sensibile e dolce ma che poi si rivela incapace di togliersi la maglia del padrone. Un libro sulle donne e la loro forza, un invito alla condivisione e all’unità, uno stimolo. Un libro che merita senz’altro la lettura.

LEGGI L’INTERVISTA A ELISABETTA BRICCA



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