Certi segreti

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Rotterdam, 1975. Puck e la mamma aspettano sul marciapiedi davanti casa, con le valigie pronte. È ancora buio, dev’essere mattina presto. Puck non sa dove andranno. Forse in vacanza? Ma le vacanze costano e loro soldi non ne hanno. Allora dal papà? Puck l’ha visto una volta sola il “vecchio bastardo lurido e fetente”, come lo chiama la mamma, nell’album di foto di nonna Crooswijk. È bello e sorridente il suo papà, ma Puck non può vederlo, perciò si limita a pensarlo. Oggi è anche il suo compleanno, compie cinque anni e ancora non ha ricevuto neanche un regalo. La mamma ha persino dimenticato di cantarle Tanti Auguri, presa com’era dal truccarsi, depilarsi e cotonarsi i capelli. All’improvviso una grande macchina nera e lucida si ferma di fronte a loro. Ne esce un uomo molto vecchio, col naso grande e gli occhiali. L’uomo – Ludovicus, si chiama – porta Puck e la mamma a casa sua, che è così grande da sembrare un castello. Da oggi in poi, dice la mamma, vivranno lì, in quella casa enorme tutta in pelle e legno marrone scuro. In una delle stanze Puck trova una bici rossa con un grosso fiocco argentato e tanti, tanti pacchetti. Sono i regali del suo nuovo, ricco “Signor Zio”. Il Signor Zio vuole che Puck inizi a chiamarlo papà, perché d’ora in poi sarà lui ad occuparsi di lei. Sarà al sicuro e non le mancherà niente. Sarà il Signor Zio a farle il bagno, asciugandola con le mani. Sarà lui a lavarle i capelli almeno tre volte la settimana, la domenica, il mercoledì e il venerdì, mentre la mamma legge le sue riviste sul divano...

Sembra impossibile dare un giudizio complessivo di Certi segreti. Specie considerando che quella che Kim van Kooten, attrice e sceneggiatrice olandese, porta in scena nel suo esordio è una vicenda basata su una storia vera, quella dell’amica Pauline Barendregt. Come si possono giudicare certi segreti? Certi segreti sono troppo. Troppo grandi, troppo gravi, troppo ingombranti. Non dovrebbero esistere e invece eccoli là. Ti mangiano da dentro, annichiliscono, distruggono ogni cosa. Basterebbe forse così poco ad evitarli. Certi segreti, scrive la Kooten, “vogliono essere svelati. Perché si sentono soli. E perché crescono”. Non ce la fanno a starsene rinchiusi in cassaforte, vogliono uscire fuori. E così verrà fuori, dopo anni e anni, il segreto che lega Puck al “Signor Zio”. Se non si può giudicare con lucidità una storia che parla di pedofilia e abusi reiterati, di dolore, di innocenza strappata, si può dire qualcosa sullo stile dell’autrice. Che è estremamente delicato, spesso ironico, mai irrispettoso. La Kooten non si dilunga sui dettagli più scabrosi, ma racconta l’innocenza di Puck che si trasforma in sospetto, poi in terribile consapevolezza che ciò che sembra normale non sia poi così normale. La sua vita di bambina che scorre nonostante tutto, il suo straziante desiderio di normalità. Tanta è la rabbia e l’amaro in bocca che rimane partecipando alle vicende di Puck, soprattutto per l’uso della prima persona. Forte è il senso di impotenza per la fiducia tradita e i segnali non colti, per le parole mozzate in gola e i tentativi di evadere, per quel che la sua giovane età le concede, dalla propria mente e dal proprio corpo. Per la sua solitudine di fronte a qualcosa che è molto più grande di lei. Attorno a Puck c’è desolazione emotiva e affettiva, eccetto rari casi. Una madre, se madre può definirsi, infantile nella sua spasmodica ricerca di attenzioni, forse totalmente pazza, forse solo troppo egoista. Una famiglia – definita forse in modo troppo macchiettistico – che pare solo il suo, ancor più freddo, prolungamento, che agisce solo per il proprio tornaconto. Tutta l’umanità più sbagliata che si possa immaginare. Il lettore subito intuisce, e vorrebbe strappare dalle pagine Puck per salvarla dagli inevitabili sviluppi di un amore malato. Vorrebbe urlarle di scappare, di non accettare quel gioco, quel complimento, quell’attenzione. Prima che le ambiguità appaiano, mostruose, per quelle che sono, in un crescendo di sconforto e amarezza che culmina in uno spiazzante finale. Una storia da non prendere alla leggera, che fa male e sa rimanere.



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