Che cos'è la Psichiatria?

Che cos'è la Psichiatria?
Una raccolta di scritti (saggi, articoli, interventi, verbali di assemblee) curata da Franco Basaglia, che nel 1967 affronta lo stato del sistema psichiatrico italiano. Ad aprire il volume il “manifesto” dal titolo “Che cos’è la psichiatria?”: una provocatoria domanda che parte da spunti filosofici, cita J. P. Sartre, per accendere la discussione sul malato mentale e “sulla disintegrazione della sua identità” causata proprio dalle falle di una deviante organizzazione manicomiale, superabile, però, grazie all’abbattimento della barriera tra la comunità dei “malati” e quella dei “sani”. In “La libertà comunitaria come alternativa alla regressione istituzionale” ancora Basaglia si confronta con il fallimento della psichiatria istituzionale tradizionale e introduce la nuova visione dell’“asylum” che va inteso non in termini di segregazione ma come comunità terapeutica aperta (“una comunità organizzata in modo da consentire il movimento di dinamiche interpersonali fra i gruppi che la costituiscono e che presenta le caratteristiche di qualsiasi altra comunità di uomini liberi”). Tra gli altri scritti, redatti dai collaboratori più stretti dello psichiatra veneziano, anche il resoconto di un dibattito avvenuto nel 1966 nell’ospedale psichiatrico di Gorizia con una delegazione di infermieri e amministratori di un’altra struttura: un confronto dove la teoria cede il passo ai problemi pratici (dai compiti degli infermieri, al concetto di reparto aperto, fino alla retribuzione del lavoro dei malati) relativi alla applicazione delle teorie basagliane (“Il pericolo della comunità terapeutica è proprio quello di diventare una gabbia dorata in cui tutti si trovano incarcerati compresi i medici e gli infermieri”). Il libro si chiude con un commento a Erving Goffman - autore del testo cardine Asylum. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza - scritto da Franca Onagro Basaglia che rilancia (attraverso esempi pratici) il concetto di “carriera del malato mentale”, un percorso complesso, medico ma non solo, che mira alla re-introduzione dell’individuo nella società...
Il pensiero rivoluzionario e le idee ai limiti dell’utopia del compianto Franco Basaglia prendono vita in questo libro uscito con grande clamore nel 1967 e qui nella ristampa del trentennale dalla pubblicazione. Si tratta di un volume decisivo al quale seguirà un altro caposaldo, L’Istituzione negata (1968), dove lo psichiatra metterà nero su bianco l’esperienza concreta del “liberato” manicomio di Gorizia. Un libro che, riletto a distanza di anni, è più che mai attuale proprio come le polemiche, ancora accesissime, intorno alla tormentata Legge 180 del 1978. In queste pagine, destinate agli addetti ai lavori, ci sono tutti i prodromi dell’idea di smantellamento dell’istituzione chiusa, un cambiamento necessario che investe non solo per la medicina ma anche la filosofia, la sociologia e la politica. In un periodo di rivoluzioni, dove si liberava e si contestava con grande facilità, il manicomio non poteva che diventare oggetto di dissenso da parte di un intellettuale acuto e “illuminato” come Basaglia, un “matto” che volle affrancare i matti dal ruolo di “prigionieri”. Lo psichiatra veneto, che si ispirò a filosofi come Foucault e alla corrente dell’antipsichiatria inglese, in questo volume getta le basi di quella che è destinata a diventare un svolta epocale: quel luogo sinistro che fino a quel momento era stato equiparato ad una prigione diventa, invece, terreno di scambio e di “lavoro”, un posto aperto dove i malati non sono più emarginati ma collaborano con infermieri e medici riacquistando la dignità perduta a causa della malattia. L’architettura stessa dell’ospedale psichiatrico lo rendeva simile ad un carcere: alti muri di cinta, sbarre alle finestre, celle, sorveglianza e porte chiuse. Edifici misteriosi e minacciosi, i manicomi erano defilati dalle città e tenevano lontani agli occhi dei “normali” i ricoverati, spesso poveri cristi finiti lì dentro per incuria o miseria. Tra queste pagine, a metà tra il saggio e il documento programmatico, l’obiettivo di Basaglia è chiaro: smantellare l’idea classica di un manicomio “ghetto”, ribaltandone regole, architettura e dinamiche. Circondato dal folto gruppo di fedelissimi collaboratori di Psichiatria Democratica (tra i quali la moglie Franca Ongaro) lo psichiatra con le sue umane e raffinate riflessioni riuscì a catturare l’attenzione di istituzioni ed opinione pubblica, dando, con le parole e i fatti, le prime decisive spallate all’obsoleto sistema psichiatrico e sollevando un dibattito che continua tutt’ora.  Franco Basaglia morì per un tumore al cervello nel 1980 senza avere avuto il tempo di vedere l’applicazione di quella legge ispirata a lui e al suo lavoro. Ad oggi, trentennale della sua morte, la 180, rimane una legge quadro: il cavallo azzurro simbolo di quella esaltante rivoluzione che investì l’istituzione chiusa - e che abbiamo in parte rivissuto grazie alla fiction di successo “C’era una volta la città dei matti” - non è ancora libero di correre...

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