Che vergogna

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1996. Picchia forte il sole sulla strada e l’ombra è dall’altra parte di avenida Bellavista. Troppo traffico, impossibile attraversare. E poi il civico dove sono diretti è ormai vicino ed è proprio su quel lato. La piccola Pía di sei anni e Simona, la sorella maggiore che di anni ne ha nove, si trascinano dietro il loro padre. Pía si lamenta e sbuffa, fino a che l’uomo non la prende in braccio. Simona è infastidita dalle bizze di sua sorella ma se ne dimentica presto. È orgogliosa, perché è stata una sua idea andare lì, e soltanto questo importa adesso. Nella tasca del vestito, stretti nella mano, “l’annuncio e la cartina come fossero il biglietto vincente della lotteria”. Pía non sa niente delle liti dei genitori che ogni sera lei ascolta con l’orecchio attaccato al muro, non ha mai sentito quelle parole “che le sembrava impossibile associare a suo padre: ‘fallito’, ‘codardo’, ‘egoista’”. Lui ha ventinove anni ed è disoccupato. Per questo lui e la mamma sono sempre tristi e nervosi e litigano. Ma adesso le cose cambieranno. Lei ha trovato questo annuncio sul giornale, lo ha ritagliato e lo ha dato a suo padre. E adesso stanno per bussare a questa porta. “Quella mattina sarebbe stata un successo e avrebbe spezzato via tutti gli sforzi e i fallimenti precedenti. Ed era tutta opera sua”… Denise lavora nove ore al giorno in una biblioteca. Era sicura che quello fosse il suo lavoro ideale: “silenzio, polvere e libri”. E invece non era andata proprio così. La biblioteca è all’interno di un centro commerciale, “con orari da centro commerciale, stipendio di centro commerciale, pubblico da centro commerciale e lampadine fluorescenti da centro commerciale”. Anche la puzza tra gli scaffali è quella che arriva dai fast food del centro commerciale. Al di fuori del lavoro che l’annoia tra polvere, caldo soffocante e utenti noiosi, Denise non ha molto altro. Ha affittato una camera della casa in cui vive alla Francese, una ragazza spigliata che è tutto quello che lei non potrà mai essere, e per questo nei suoi confronti prova in parti uguali invidia e antipatia. Sa bene anche che l’insofferenza è reciproca e che, quando tornerà dal suo ennesimo viaggio, la Francese se ne andrà. “Tu non hai nessuna esperienza, tu accumuli episodi, ogni giorno diverso dall’altro, così puoi stare solo bene, mentre con le esperienze si soffre” – così le ha detto prima di partire. A casa, tra tazzine di caffè sporche e cartacce sparse, di solito Denise si versa un bicchiere di vino, poi si guarda un porno o si legge qualche pagina dell’Antico Testamento. Non le piacciono quei film, né è credente, ha solo “bisogno del piacere e della spiritualità, anche se attraverso un libro o uno schermo”. Da qualche tempo, i due vicini cinquantenni – lei vive con i genitori e il figlio di nove anni e non può fare entrare lui in casa – che trovava spesso sulle scale a parlottare bussano alla sua porta un paio di volte alla settimana. Senza dire niente vanno nella camera di Denise, la donna lascia la porta socchiusa, la ragazza si avvicina e con l’aiuto di uno specchio li guarda. Il copione è sempre lo stesso: i due non si spogliano mai del tutto “e non per vergogna o pudore” ma “sembrano godere a imporsi limiti e ostacoli”. Le volte in cui sembrano provare più piacere, non a caso, sono quelle in cui lei tiene le mutandine addosso e lui gliele sposta di lato. Poi i due cambiano posizione e la donna prende il posto sotto, fino al finale, quando Denise si allontana e aspetta nella stanza della Francese; ma sa bene che la donna sa di lei, “quasi dall’inizio, quando i loro sguardi si erano incrociati per la prima volta in quel riflesso”…

Questi due racconti – Che vergogna , che dà il nome alla raccolta e Fortunata me – sono il primo e l’ultimo (il più lungo) dei nove racconti che compongono il libro d’esordio di Paulina Flores, autrice cilena classe 1988, considerata una delle voci più interessanti del nuovo panorama sud americano. Che vergogna ha vinto, infatti, il prestigioso premio Bolaño, è stato venduto in altri dieci Paesi dagli Stati Uniti alla Cina ed è stato inserito da “El País” tra le dieci migliori opere d’esordio del 2016. Questi racconti sono storie quotidiane, quasi minimaliste, che riflettono la situazione delle classi medio basse all’indomani della dittatura e dell’imposizione di un neoliberismo problematico per un paese impreparato. L’autore di riferimento di Paulina Flores è – come lei ha più volte dichiarato – Alejandro Zambra, il cui sguardo, però, si è concentrato proprio sugli anni dolorosi della dittatura e si è rivolto, quindi, ad una generazione precedente a quella che incontriamo nei racconti di Flores, che ha infatti dichiarato: “La mia generazione è cresciuta più libera, più attenta a sé. Con meno problemi reali e più tempo per riflettere, per crearsi problemi esistenziali”. Pur così essenziali e malinconiche, queste sono storie che finiscono per assomigliare a veri percorsi esistenziali come fossero storie di formazione, i cui protagonisti vivono traumi profondi: vergogna, orgoglio ferito, umiliazione, sconfitta, inganno, abbandono, tradimento. Le loro sono sempre solitudini infinite che a volte sembrano incrociare altre solitudini per poter fare brevi percorsi insieme; più spesso questo non accade e restano desolate, disperate. Eppure, riguardo i suoi personaggi, Flores – come ha ribadito a voce ferma nell’intervista che ci ha concesso – sottolinea che pure essendo certamente dei “sopravvissuti” non le piace che si definiscano sconfitti, perché dietro ogni sogno di evasione e riscatto che va in frantumi si legge il tentativo di continuare ad opporsi, con grande sforzo di volontà nonostante tutto; qualcosa che sembra ricordare il noto e leopardiano ottimismo della volontà da opporre con disperato coraggio e testarda ostinazione al pessimismo della ragione. Questi protagonisti, tranne poche eccezioni, sono per lo più bambini che, in maniera brusca e drammatica scoprono cosa è la vita, cosa è davvero la vita adulta, con uno strappo che segna un’inevitabile perdita dell’innocenza. “El País” ha raccontato Che vergogna con un concetto assai efficace: “È come se in queste storie tutto stia per accadere e allo stesso tempo è già successo, i genitori hanno perso il lavoro e stanno per trovarlo, i bambini stanno per iniziare il loro percorso di vita e allo stesso tempo hanno cominciato a fallire”. La povertà diffusa, un senso costante di perdita, di mancanza, di fallimento e impotenza che regnano sovrani suggeriscono una dimensione da sud del mondo che però appare filtrata attraverso un registro narrativo che invece assomiglia più alla narrativa – dei racconti, nello specifico – nord americana, con un effetto, come si è detto, che fa pensare ad una Alice Munro in salsa cilena (peraltro la Flores annovera la canadese tra le sue scrittrici preferite). “Storie semplici, con personaggi semplici”, ha definito l’autrice i suoi racconti, storie nelle quali le donne sono figure forti e intense. In una intervista a “Fahrenheit” ha spiegato che questo dipende dal fatto che in Cile la figura della madre è in effetti una figura di rilievo, per giunta spesso abbandonata insieme ai suoi figli dal suo uomo perduto dietro i suoi fantasmi. La lingua di questi racconti è piana, lineare, asciutta, quasi a voler lasciare quanto più spazio possibile ed esclusivo alle storie e alla loro scabra efficacia; nella versione italiana certamente notevole è il merito della traduzione di Giulia Zavagna.

LEGGI L’INTERVISTA A PAULINA FLORES



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