Chi di noi

Chi di noi
Miguel e Alicia si conoscono dai tempi del liceo, fra loro c’è una chiara affinità che si percepisce durante le loro passeggiate e le conversazioni fatte di “confessioni banali, segreti minori, intrighi di classe”. Nella loro intesa si inserisce però ben presto Lucas, amico di Miguel, la cui presenza intaccherà per sempre l’equilibrio di una relazione ancora allo stato “embrionale”. Benché, infatti, Miguel e Alicia decideranno di sposarsi, la figura di Lucas finirà per ossessionare Miguel, il quale ‒ durante gli undici anni del suo matrimonio ‒ matura la certezza che, in realtà, Alicia gli ha sempre preferito Miguel e soprattutto si convince di essere l’unico responsabile di questo doloroso equivoco. “Anche allora mi resi conto che non poteva funzionare e, tuttavia, chiusi gli occhi, finsi di credere all’incredibile, agii contro me stesso. Sono chiaramente l’unico colpevole e nessun pentimento da parte mia restituirà ad Alicia quel senso di felicità che avrebbe potuto avere undici anni fa”. Tuttavia Miguel è convinto di poter ancora recuperare e, in un impeto di “generosità e saggezza”, fa in modo che Lucas e Alicia si possano incontrare da soli dopo tanto tempo. Ma davvero le cose andranno come egli immagina, oppure il tempo ha finito con l’intaccare e mutare irrimediabilmente i sentimenti di tutti?

Chi di noi, uscito nel 1953, è il primo romanzo dell’autore uruguaiano Mario Benedetti, scomparso nel 2009 a 89 anni. Con una sicurezza stilistica sorprendente e una accuratissima costruzione psicologica dei personaggi, l’autore analizza la costruzione di un amore e il suo lento, inesorabile sgretolarsi. L’amore, sembra dirci Benedetti, muore ucciso dai silenzi, dal non detto, dall’immagine sbagliata dell’altro che proiettiamo nella nostra testa e che finisce per intossicarci. Il rancore, l’oscillazione fra orgoglio e apatia, un inflessibile e silenzioso risentimento sono i veleni da cui scaturiscono i fatali errori di valutazione che compie Miguel, un personaggio complesso ed emblematicamente “novecentesco”, in quel suo compiaciuto descriversi come uomo senza qualità: “persa ogni speranza di credermi intelligente o appassionato, mi resta quella meno presuntuosa di sapermi sincero.” La sincerità a cui Miguel si riferisce è quella che crede di riversare nelle note diaristiche con cui racconta il suo punto di vista e che aprono il romanzo. La narrazione, divisa in tre parti, continua con una lettera di Alicia e termina con un racconto di Lucas (nel frattempo diventato un noto scrittore). Tre tessere, tre frammenti di un unicum che, forse, non è mai esistito e che di certo non potrà più essere ricomposto. Tre testimonianze discordanti che, come le parole lapidarie e lucide di Alicia, finiscono col confermare un’unica verità: “Caro, il nostro matrimonio non è stato un fallimento, ma qualcosa di peggiore: un successo sprecato”.

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