Chiamami col tuo nome

Chiamami col tuo nome
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Metà degli anni ‘80, B. in Riviera. “L’ospite dell’estate. L’ennesima scocciatura”. Questo sta pensando Elio, diciassette anni, quando lo vede scendere dal taxi, “camicia svolazzante aperta sul davanti, occhiali da sole, cappello di paglia, pelle ovunque”. Lui è Oliver, ventiquattro anni, ebreo di New York arrivato in Italia per lavorare alla tesi del post dottorato, ospite del padre di Elio, un professore universitario che ogni anno nei mesi estivi offre alloggio nella sua bella villa sul mare a studenti stranieri, in cambio di un po’ di aiuto col suo lavoro e con la corrispondenza. Elio è un ragazzo maturo per la sua età, decisamente molto più colto, sensibile e riflessivo dei suoi coetanei e trascorre l’estate trascrivendo musica; Oliver è biondo, solare, brillante e disinvolto, una “muvi star” come lo chiama la madre di Elio, e tutti sono affascinati e conquistati da lui, indistintamente. I due giovani passano le giornate a bordo piscina, l’uno a tavolino trascrivendo note su note, l’altro disteso indolente al sole a leggere il suo amato Eraclito; poi fanno lunghe nuotate, corse in bicicletta, partite a tennis, ma anche conversazioni su libri e film, soprattutto. All’inizio sembrano studiarsi, sorprendendosi spesso a guardarsi da sotto un libro, poi si allontanano bruscamente quando uno strano gelo si insinua tra quegli sguardi; quindi, complice il languore della calura estiva, comincia un sottile gioco di seduzione mentre la tensione si fa crescente nelle notti e nei pomeriggi afosi che trascorrono nelle loro stanze divise da un muro e aperte su un solo balcone che le unisce. Fino a che Elio decide di condividere con Oliver il suo luogo segreto, lontano dalla confusione, solitario, immerso nel verde e affacciato dall’alto su un meraviglioso mare, dove si rifugia a leggere e a pensare quando vuole stare solo. Ed è in quel giorno, in questo posto che gli è così caro, che Elio all’improvviso…

Era il lontano 2007 quando André Aciman – statunitense nato ad Alessandria d’Egitto e vissuto a lungo in Italia – pubblicò questo romanzo che l’anno scorso ha ricominciato a far parlare di sé grazie al film omonimo che Luca Guadagnino ha realizzato in America (con la sceneggiatura di James Ivory, mica chiacchiere), ottenendo la candidatura ai Golden Globe 2017 e poi agli Oscar 2018, definito già dal “Guardian” il miglior film dell’anno. Se si dovesse raccontare questo romanzo con una trama, sembrerebbe di essere davanti ad un cliché abbastanza abusato, una storiella banale di due giovani (che siano due maschi farebbe anche cool) che si scoprono attratti e, tra dubbi, slanci appassionati e ripensamenti, vivono una estate bollente che resterà nei loro ricordi. Al massimo – come è accaduto - si parlerebbe di un romanzo di formazione o – è accaduto anche questo – si stigmatizzerebbe, più o meno contrariati, qualche scandalosa scena di sesso. In ognuno di questi casi si sbaglierebbe clamorosamente. Questo è uno di quei libri impossibili da imbrigliare in una trama, ma anche in un giudizio, che non esprimerebbero nulla della struggente bellezza e della profonda intimità che lo sostanziano. Non è un romanzo sulla difficile presa di coscienza di identità sessuale di un ragazzino, perché Elio – nonostante tutte le emozioni confuse raccontate in prima persona con qualcosa che assomiglia ad un flusso di coscienza senza esserlo davvero – sembra avere le idee chiare e sapere bene ciò che vuole e ciò che prova. È una storia di amore e desiderio? Sì, ma presto va ben oltre, diventa ben altro, raccontando una totalità capace di resistere al tempo, per i protagonisti che di ritrovano vent’anni dopo ancora immersi in “questa cosa che quasi non fu mai che ancora ci tenta”, e per il lettore che non si stacca facilmente dal punto di vista emotivo dopo aver chiuso l’ultima pagina. “Volevo fosse chiaro che volevo evitare lo stereotipo della prima volta. Mi interessava la scoperta della sessualità che può avvenire a qualunque età […], una scoperta che viene dal di fuori e che ci coglie di sorpresa. Non era l’adolescenza che mi interessava”. E poi c’è il Tempo, che ha una dimensione interiore, un fatto psichico misurabile in qualità e non in quantità, che ha un unico rimedio alla dissoluzione, ovvero la memoria. Il Tempo vero è quello che è in noi e non è sottoposto a nessun fluire impetuoso; e questa dimensione proustiana del Tempo non è casuale, perché Aciman è uno studioso e profondo conoscitore dell’autore francese. E non è casuale nemmeno il filosofo che Oliver sta studiando, Eraclito, perché, come ha detto l’autore “in Eraclito c’è un profondo scetticismo per ciò che appare in superficie. Dice che alla natura piace nascondersi, in altre parole dice che è nella natura dell’universo non essere rivelati”. E forse, in fondo, tutti passiamo tutta la vita a cercare quello che appunto non appare in superficie, in noi stessi e in chi amiamo. Elio e Oliver ci riescono: “è un romanzo sull’intimità, che è una cosa molto rara” dice Aciman in una intervista, e nel romanzo, a proposito di questa intimità che inevitabilmente è anche sofferenza, il padre di Elio dice a suo figlio:”Ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sé. Ma te lo invidio questo dolore”. Scrittura tersa ed elegante, diretta e impudica, la magia delle parole che, quando si crea, ti fa chiedere come è possibile essere così intensi, diretti ed erotici persino senza essere volgari ma anzi delicati e struggenti? “Cor cordium”, cuore dei cuori, o anche “Mio fratello, mio amico, mio padre, mio figlio, mio marito, il mio amante, me stesso”, o ancora – citando Emily Brontë - “Tu sei più me stesso di me”, fino a “Se ti ricordi tutto […] chiamami col tuo nome”: questo si legge, tra l’altro, insieme alle esplicite descrizioni dei corpi e del sesso, e pure si è lontanissimi anni luce tanto da smielati valentini che dalla pornografia. Come si fa? Per citare il “New York Times Book Revew”, può con “An exceptionally beautiful book.” A chi in passato ha chiesto ad Aciman se fosse un libro in parte autobiografico, lui – che ha da sempre una famiglia “tradizionale” - ha risposto in maniera un po’ sibillina che, in effetti, forse il suo più grande amore è stato un diciassettenne di Alessandria d’Egitto al quale lui, all’epoca decenne, non ha mai fatto capire nulla. E in fondo a noi la verità interessa poco. Ci resta questo libro bellissimo sulla distanza che è struggente legame, sul desiderio che è completarsi - non solo (ma anche) di corpi -, sull’amore che è assai più di una parola, e che talvolta può essere “per sempre” senza essere “sempre”.



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