China girl

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1977. Dopo sette mesi in quarantena nel cottage in mezzo alla brughiera dello Yorkshire, il buon 24enne Neal Carey ‒ madre puttana e padre sparito, corporatura e altezza medie, capelli e occhi castani, petulante e riluttante, negato per la fisica, amante delle librerie, dottorando in Letteratura inglese del XVIII (prossimo alla tesi su Smollett), investigatore “risolvi problemi” per ricchi “Amici di Famiglia” ‒ viene inviato sulla baia della West Coast. Deve convincere col denaro una splendida cinesina a lasciare lo scienziato single che ha abbindolato, Robert Pendleton serve all’azienda privata (di fertilizzanti) Agritech in North Carolina. Neal li trova e s’infatua pure lui dell’affascinante minuta Li Lan, che sembra sia una pittrice e voglia davvero bene a Robert. Poi invece i due cercano di uccidere Neal e, soprattutto, scappano a Hong Kong. Neal è uno che s’innamora ma non si fida delle donne. Così li segue, cade in almeno un paio di trappole, continua a leggere Roderick Random e incrocia mirabolanti avventure anche dall’altra parte del mondo con il coinvolgimento della CIA e del governo cinese, allora in piena lotta di potere fra nemici e amici di Deng Xiaoping (1904-1997), che proprio quell’anno sta lanciando la “primavera di Pechino” contro eccessi e rigidità della Rivoluzione culturale e della “Banda dei Quattro”. Neal si fa una sua idea sui mortali conflitti in corso, un po’ tutti lo considerano capro espiatorio e vittima sacrificale, si barcamena fra spie e complotti, sopravvive a stento nella provincia di Sichuan (“ciotola di riso della Cina”) e arriva quasi in capo alla catena dell’ Himalaya. Senza la certezza di scenderne…

Anche Don Winslow, il miglior autore noir dell’ultimo ventennio, californiano d’adozione, ha realizzato una vera e propria serie letteraria (1991-96), questo è il secondo romanzo (1992), in terza quasi fissa, ambientazione anni settanta sulla base di quel che allora faceva lui stesso. Dopo aver studiato storia all’università e aver letto accuratamente tanta narrativa poliziesca, sempre in giro per un paio di decenni (investigatore privato,regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario) Winslow infatti inventò questo personaggio parzialmente autobiografico: detective, base nell’Upper West Side di New York, amori letterari per l’alienazione sociale, studi in sospeso. Per Winslow ogni storia inizia dai personaggi e Neal Carey è un ottimo primogenito. Come pure risalta il padre putativo Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, occhi azzurri e capelli color sabbia, braccio di gomma, irlandese nel midollo; maniaco della pulizia, si diverte mentendo e rubando ma gli vuole un gran bene. Il titolo americano (The Trail to Buddha’s Mirror) richiama gli specchi, le immagini dipinte da Li Lan e l’ultima delle tre parti del romanzo, tra valli fertili e picchi innevati, scimmie e monasteri, relazioni e persone sempre diverse da come appaiono, il Buddha di pietra scolpita alto settanta metri, forse troppo per lui, malato di acrofobia. Ancora una volta, non a caso svolgono una precisa funzione narrativa citazioni da Shakespeare e Twain. Molto cibo e vino cinesi, da ubriacarsi (pure col Maotai). E, ovviamente, non mancano tè e oppio, con un loro gusto e senso.



 

 

 

 
 
 
 

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