Chissà se lo sai

Chissà se lo sai

Ecco un bambino di otto anni, pantaloncino azzurro, polo in filo di Scozia e un enorme microfono – cioè, probabilmente il microfono è più o meno normale, è lui che è piccolo – che gli copre quasi tutta la faccia. Capelli rossi e leggerissime lentiggini, difficili da vedere, ma lui lo sa che ci sono, perché sono le sue. È il primo ricordo che Rosalino Cellamare, in arte Ron (ma ancora non si chiama così), ha di sé su di un palcoscenico. Il padre lo porta sin da piccolo a tutti i concorsi canori dei dintorni. Un circondario molto ampio, a dire il vero, mica solo l’hinterland di Garlasco e Dorno, dove Rosalino rispettivamente vive ed è nato, in provincia di Pavia, ma dovunque arrivi la sua Citroën DS Pallas (per capirci, la stessa macchina che usa l’ispettore Ginko per andare a caccia di Diabolik, che dal canto suo sfreccia a bordo di una Jaguar). Non sarà originale, ma a quel che dice è la verità, e non c’è motivo di non credergli: sono proprio i genitori di Rosalino i primi sostenitori della sua carriera; quelli che – dopo di lui – hanno creduto più di tutti nella possibilità di un suo successo nella musica. Loro e la maestra di canto di Rosalino, Adele Bartoli, che non gli ha mai fatto saltare una manifestazione. È così che il piccolo inizia a specializzarsi, a prendere confidenza con il palco, con il microfono, con il pubblico. E poi c’è la sua voce, che fin da allora si distingue e che, a ogni concorso, semina aria di sconfitta su tutti gli altri partecipanti. Un’altra volta, invece, è già dodicenne e sul palco di un dancing a Pontecurone, a metà strada tra Tortona e Voghera…

Scritta in collaborazione con il regista teatrale Stefano Genovese, Chissà se lo sai è una autobiografia particolarmente riuscita. Prima di tutto perché il protagonista, nonché voce – è il caso di dirlo… – narrante, in effetti di cose ne ha da raccontare: Ron, al secolo Rosalino Cellamare, ha più di sessant’anni. E non altrettanti di carriera (quella seria, non quella trascorsa su un trono in tv ogni pomeriggio, absit iniuria verbis), ma poco ci manca. Basti pensare che esordisce al Festival di Sanremo quando è ancora sedicenne, insieme a Nada, con Pa’ diglielo a Ma’, sul finire di febbraio del millenovecentosettanta. È cantante, attore (Lezioni private, L’Agnese va a morire, In nome del papa re, il capolavoro di Mario Monicelli Speriamo che sia femmina…) e autore, e ha diviso il palco e la vita con tutti i più grandi: Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Pino Daniele, Fiorella Mannoia… Inoltre dà l’impressione di essere sincero, umile ma consapevole: quando parla di sé, dei suoi progetti, dei suoi ideali, delle sue scelte, della fede, dei suoi errori, quando racconta la vita di provincia (lui, figlio di pugliesi emigrati nella provincia di Pavia), com’era e com’è, e quando narra dell’Italia, di come è cambiata, dagli anni Sessanta attraverso quelli di piombo fino ai giorni nostri. Infine la scrittura, punteggiata, ovviamente, dalle citazioni dei suoi pezzi più famosi, e da gustosi abbinamenti vinicoli (è un cultore del bere bene), è semplice e chiara, fluida e accattivante, appassiona e ti resta dentro. Come il ritornello di una bella canzone.



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