Ci faremo l'abitudine

Ci faremo l'abitudine
Arezù Sarem è una quarantenne iraniana colta ed emancipata. Vive a Teheran dove dirige un’agenzia immobiliare fondata da suo padre e da lei rilevata dopo la morte di quest’ultimo. È divorziata, abita con sua figlia Ayeh e si confronta quotidianamente con le lamentele e le richieste di sua madre Monir. Unica sua valvola di sfogo è Shirin, sua migliore amica e socia in affari. Le giornate di Arezù scorrono velocemente tra impegni di lavoro ed esigenze famigliari fino a quando conosce Sohrab Zarjù, un cliente dell’agenzia. Tra i due nasce un rapporto amoroso. Dapprima le persone che sono più vicine ad Arezù vedono di buon occhio questa sua relazione, ma quando la donna decide di sposarsi le cose cambiano. Arezù si vedrà costretta a decidere se assecondare il suo amore o cedere alla volontà dei suoi cari…
Avete presente quando sulla riva di un lago si prende un piccolo sasso e lo si lancia nell’acqua per farlo rimbalzare? Bene. Pensate adesso a questo stesso sassolino che, invece di rimbalzare, cade a piombo nel lago. Questo è l’effetto di Ci faremo l’abitudine: un buco nell’acqua. In teoria, il romanzo è uno sguardo sulle vicende umane della protagonista e sullo spirito della sua terra. Dunque - sempre in teoria - sono due i pilastri portanti del racconto: la storia d’amore di Arezù e Sohrab, e la rappresentazione dell’Iran. La pratica però smentisce la teoria e rivela, impietosamente, la latitanza delle due basi portanti. Manca la storia d’amore: le uniche immagini di Arezù e Sohrab sono legate ad un noioso andirivieni da ristoranti e luoghi di lavoro. Gli sguardi vengono tracciati con inchiostro cancellabile, gli stati d’animo sono illuminati da coni d’ombra e i batticuori vengono annunciati con il silenziatore. La loro relazione si dimostra così, anemica e sbiadita, un rapporto che scivola sul lettore come l’acqua piovana scivola sui vetri. Gioca a nascondino anche l’anima dell’Iran: di questo Paese, il romanzo espone immagini certamente copiose, sicuramente ben scritte, ma anche e soprattutto piatte. È come venire catapultati all’interno di un compartimento stagno. Una volta dentro si tenta di ascoltare, di vedere e di percepire l’essenza dell’Iran ma, come se si stesse leggendo un’anonima guida turistica, ad essere captata è solamente una sterile carrellata di cibi tipici, di luoghi più o meno in, di veli di vari tipi e colori, di kajal e rossetti per le labbra. Ci faremo l’abitudine è come quelle macchine fotografiche giocattolo che è facile trovare nei luoghi di villeggiatura; quelle in cui, pigiando un pulsante, è possibile vedere foto bidimensionali di monumenti e di posti attrattivi. Al pari di quelle fotografie, i capitoli scorrono freddi e impersonali tanto che, giunti all’ultimo, ci si chiede: “Tutto qua?”. E si aggiunge: “Peccato”.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER