Ci odiavamo come fratelli

Ci odiavamo come fratelli
Milagros vive in un’Argentina devastata e difficile. L’intera Patagonia è piena di giovani allo sbando, senza grandi prospettive ma con un gran potenziale. Sono diamanti grezzi che la società non è in grado di raffinare e che latitano nelle periferie e nei paesini alla ricerca di un segnale di speranza, combattuti tra l’affetto per le tradizioni popolari e la voglia di qualcosa di nuovo. Milagros è una di loro. Ha gli occhi blu e parla correntemente l’idioma degli indigeni mapuche, dai quali discende. Dopo la morte di sua madre e il suicidio di suo padre, l’unica famiglia di Milagros è rimasta la nonna, l’anziana dai bianchi capelli che si rifiuta di fare il bagno se non di sabato. Milagros se ne prende cura come fosse una figlia anche adesso che la sua vita sta per cambiare. A 29 anni, infatti, Milagros aspetta un bambino. Gustavo è il suo compagno ma è la persona sbagliata. Gli vuole bene ma non vede futuro con lui. E poi si odiano come fratelli…
Una storia dura, quella di Laura Zecca, giovanissima scrittrice salentina con una grande passione per la storia ispanoamericana. Il suo racconto è intenso e crudo, come d’altra parte deve essere il resoconto di una realtà che risente ancora degli anni bui della dittatura. L’idea di base del romanzo è interessante, come anche la scelta di ambientare la storia in una realtà non troppo conosciuta come quella delle periferie sudamericane. Dalle descrizioni accurate di storia e tradizioni emerge sicuramente una gran conoscenza della materia, oltre che una passione per i colori ed i sapori locali. Ciò che non convince è invece la narrazione in senso stretto. Il romanzo è di difficile lettura già dalle prime pagine. I personaggi vengono presentati quasi tutti insieme, creando una certa confusione: appena ci si raccapezza un po’, alcuni di loro si sono già persi per strada mentre altri rimangono appena abbozzati, trasparenti, condannati a un ruolo da comparse che al lettore istintivamente pare un’ingiustizia. I dialoghi sono lenti e non è sempre facile capire chi sta parlando a chi, complici anche i termini in lingua originale, spesso non tradotti in nota. Le poche pagine del libro, appena un centinaio, sembrano quindi alla fine più un canovaccio che una storia ben definita. Lo spunto iniziale rimane davvero interessante, ma Ci odiavamo come fratelli è l’embrione di un romanzo ancora tutto da scrivere.

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