Ci si vede all’Obse

Ci si vede all’Obse

Stoccolma, 1981, estate. Annika non è propriamente una ragazzina come le altre. O meglio, lo è ma è soprattutto una ragazzina che ama dire le bugie. Le racconta sempre, in qualunque momento e a tutti, nonno e genitori compresi. Senza nessuna vergogna, senza scrupoli, anche perché i dodicenni probabilmente non ne hanno. Dice bugie perché è divertente, per cattiveria, per essere gentile, soprattutto perché le piace dato che la verità, in verità, non interessa a nessuno e perché le storie inventate spesso sono più interessanti della realtà. Perciò sa che nessuno dei suoi compagni di scuola le crederà mai quando in autunno racconterà loro quello che le è capitato, pensando che sia l’ennesima bugia tipica di Annika. In realtà non è così. Tutto comincia quando la mamma di Annika partorisce in casa, sul pavimento della cucina, molte settimane prima del tempo previsto. Da quel momento, la mamma e il suo papà spariscono in ospedale e Annika deve andare a stare dal nonno, che le vuole un sacco di bene ma ha anche molto da fare e poi è molto vecchio. Ed è così che, girovagando per il parco dell’osservatorio astronomico, Annika incontra alcuni ragazzi ai quali si unisce. Nessuno deve conoscere la vita degli altri, questo è il patto. Kaja, il Finnico, Biscotto, Tobbe, si ritrovano all’Obse per passare l’estate e sfidarsi a Obbligo o Verità. Così Anche Annika, con le sue bugie quasi incredibili, viene messa alla prova con sfide sempre più dolorose o pericolose, come permettere a Kaja di farle i buchi nei lobi per gli orecchini o rubare del cibo in un negozio di alimentari (non prima di aver raccontato al commesso di avere una malattia mortale che sta per ucciderla). E Annika, pur di trovare qualcuno che la faccia sentire parte di un qualcosa, pur di non andare in ospedale a trovare sua madre e quel bambino troppo piccolo e che ha lasciato sul pavimento della cucina una macchia di sangue che non viene più via, affronterà qualsiasi impresa, racconterà qualsiasi bugia…

“A nessuno importa niente della verità” è un buon punto di partenza. Perché è vero che una bugia ben confezionata spesso è meglio accolta della verità nuda e cruda. E questo per un bambino può diventare un ottimo incentivo, fino a che non si fa prendere la mano. Per Annika la bugia diventa una specie di mondo incantato nel quale rifugiarsi quando le cose in quello vero si mettono male. E se dal principio dire bugie è solo un hobby per farsi un’identità interessante tra i compagni di classe, il mentire diventa poi quasi necessario nei momenti di difficoltà, in questa estate terribilmente afosa di Stoccolma. Ekenkis significa “abitante di Stoccolma” ed è risaputo che gli ekenkis sono gente a modo. Dicono le cose come stanno. Insomma, sono sinceri e non raccontano le bugie. I “raccontafrottole” è chiaro dunque che vengano mal visti e che quindi Annika si senta una specie di pesce fuor d’acqua. Di certo il romanzo di Cilla Jackert, scrittrice e sceneggiatrice di varie serie televisive, può insegnare qualcosa ai ragazzini di oggi, che spesso amano tergiversare o girare alla larga dalla verità senza badare alle conseguenze. Anche loro magari per hobby, per moda, per farsi notare dai compagni. Infatti, il gioco fatto dai ragazzi nel parco, Obbligo o Verità, semplicemente non contempla la verità, semplicemente è un’opzione che non si può scegliere. Il perché è facile da immaginare: la verità non è come la vogliamo, non ci piace, ci delude o ci spaventa. Quindi, meglio evitarla. Ma questo è quello che possono fare i bambini fino a che restano tali, dato che il tempo passa per tutti. Una nota interessante e utile ancora: questo è un libretto ad alta leggibilità, stampato con caratteri facili da leggere anche per i dislessici.



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