Ciao Enrico

Ciao Enrico
Enrico Berlinguer è stato uno dei leader più amati della sinistra: il suo rigore e il suo impegno sono da sempre riconosciuti, trasversalmente, da ogni schieramento politico. In occasione del trentesimo anniversario della sua morte, avvenuta nel 1979 a Padova dove venne colpito da un ictus durante un comizio, compagni di partito e non lo ricordano sia come uomo pubblico sia raccontandone aspetti privati e personali. Ci sono i ricordi di chi era ancora giovanissimo quando ha iniziato a militare nel partito Comunista e, dopo la morte di Berlinguer, ha cercato di recuperarne gli insegnamenti attraverso la lettura di libri e articoli di giornali. Ma ci sono anche le testimonianze di persone che lo hanno conosciuto meglio e hanno lavorato con Berlinguer a stretto contatto, come Luciano Violante, Livia Turco, Walter Veltroni. Pierluigi Bersani dice di lui: “un personaggio austero, rigoroso, un calvinista capace di suscitare emozioni e tensioni, dotato di grande forza di comunicazione, esempio di passioni civili, di rettitudine etica, di onestà intellettuale, di inflessibile coerenza.” Luciana Castellina racconta invece della sua radiazione dal partito nel 1968/69, insieme al gruppo che, successivamente, avrebbe fondato Il Manifesto. Quindici anni dopo Berlinguer andò a un congresso del Pdup (il partito nato dal Manifesto) si sedette in prima fila ad ascoltare gli interventi e alla fine chiese ai “fuoriusciti” di rientrare nel partito. Anche in episodi come questo è possibile rintracciare l’approccio “diverso” che Berlinguer aveva nei confronti della politica. Una diversità, ricorda ancora Luciana Castellina, che non va intesa come aristocratica separatezza, ma, al contrario, per sottolineare “la distanza fra noi e il mondo presente, i suoi valori e comportamenti, per indicare la necessità e volontà di cambiarlo.” A tal proposito le posizioni di Berlinguer su temi come la “questione morale” risultano oggi attualissimi. Vale la pena riportare, anche solo brevemente, qualche stralcio del suo pensiero: “(…) un credito bancario viene concesso solo se procura altri vantaggi e rapporti di clientela, una autorizzazione amministrativa viene data, un appalto aggiudicato, una cattedra assegnata, una ricerca promossa, un credito concesso, una attrezzatura di laboratorio finanziata, soltanto se i beneficiari hanno fatto un atto di fedeltà al partito che quei vantaggi procura oppure se si rendono disponibili a spartirne i ricavi… Ma la questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti e dei concussori nelle sfere della politica e della amministrazione, bisogna scovarli e metterli in galera; della questione morale dobbiamo farci carico tutti perché è da essa che dipendono la sorte del paese e il perseguimento del bene comune”...
Un libro importante e prezioso che consegna alle nuove generazioni il ritratto di un leader di partito molto lontano dal desolante spettacolo che tutti i giorni ci offre il mondo politico. In questi trentacinque ritratti, mai agiografici o ripetitivi, si intravede quasi una sorta di memoria collettiva su quello che è stato, ma anche su quello che sarà (o rischia di essere) il nostro Paese. In tal senso sono emblematiche le parole con cui Eugenio Scalfari chiude il suo pezzo: “Ogni epoca produce classi dirigenti rappresentative delle società che le esprimono. A giudicare da ciò che vediamo sotto i nostri occhi, le società attuali debbono essere di assai scadente qualità se i gruppi dirigenti sono quello che sono”.

 

 

 

 
 
 
 
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