Cinema e terrorismo

Cinema e terrorismo

Un elemento fondamentale per una corretta lettura storica di un film è il canone, determinato in particolare dalla periodizzazione. Nel caso italiano questa non presenta grossi problemi poiché dall’avvento del sonoro in poi le fasi più significative sono nell’ordine il cinema dei telefoni bianchi, il neorealismo nell’epoca della ricostruzione, la satira sociale e di costume in quella del boom, il corto circuito degli anni Settanta tra polizieschi parafascisti e commediole sexy, la rinascita del cinema di impegno civile in contrasto col clima di illusorio benessere del decennio successivo e i nuovi maestri attuali: il film storico, poi, si prefigge di ricostruire un evento facendo in modo che automaticamente diventi fonte documentaria non dell’evento ma della percezione che il regista ha nel suo tempo di quell’evento. E di certo nella storia del Novecento italiano gli anni di piombo sono una pagina di tragica rilevanza: nonostante le proprie contraddizioni, il cinema italiano non tira mai indietro quando si tratta di esplorare delicati temi sociali e generazionali o riesaminare eventi storici sui quali il paese è diviso. Tuttavia davanti alla complessa realtà della lotta armata i registi preferiscono assumere un atteggiamento prudente. Nessuno di loro parte da un assunto provocatorio come il seguente: se lo stato è insensibile alle istanze dei cittadini, è giustificato l’uso della violenza da parte di alcuni individui per costringere le istituzioni ad ascoltare? Il disagio di registi, artisti, intellettuali, giornalisti, politici e comuni cittadini è evidente già nella scelta dei termini: terrorismo o lotta armata? Terrorista o militante? Un po’ come avviene al tempo della Resistenza, per certi versi, insomma, quando i nazifascisti definiscono i partigiani come banditi. Il tema, pertanto, non si sviluppa intorno alle dinamiche politiche che portano all’esplosione della lotta armata: i registi di norma preferiscono soffermarsi sui ripensamenti di quei militanti che si distanziano dai compagni, cercano di dimenticare, trovano giustificazioni, e scelgono di rappresentare quasi esclusivamente l’inefficacia della lotta armata combattuta da frange della sinistra, ignorando in maniera pressoché totale il terrorismo di destra, in attesa forse di raccontare quei fatti quando la maggiore distanza temporale conferirà più serenità ed equilibrio…

Carmine Mezzacappa, torinese, è uno scrittore e traduttore dall’inglese, in particolare di autori scozzesi come il grande William McIlvanney, vincitore del Costa Award, quando ancora si chiamava Whitbread ma era comunque un premio importantissimo. Il suo interesse per il cinema è tale che non solo ha insegnato Storia del cinema a Edimburgo, Canterbury e Olomouc e ha pubblicato diversi articoli su riviste italiane e straniere ‒ perlopiù britanniche ‒ analizzando la produzione e le figure di grandi cineasti (viene in mente, solo per fare un piccolo esempio, il suo ritratto di Francesco Rosi, conosciuto da lui personalmente quando, nella primavera del 1999, l’autore de Le mani sulla città venne invitato dall’Istituto Italiano di Cultura di Edimburgo a presentare una piccola rassegna di suoi film presso l’Italian Film Festival della capitale scozzese, una vetrina del cinema italiano in Gran Bretagna della quale Mezzacappa era stato uno dei promotori fin dalla sua fondazione), ma ha anche scritto due romanzi che traggono ispirazione dal mondo della settima arte. Dopo Un antico rancore e L’invisibile confine dell’aria torna però alla saggistica propriamente detta, e analizza con dovizia di particolari e in maniera molto approfondita e meticolosa tutto un vasto filone della cinematografia italiana che nel corso dei decenni, complici anche il passare del tempo, il crollo delle ideologie e un certo revisionismo della politica, ha preso sempre più piede, quello legato al racconto del terrorismo. L’Italia ha vissuto infatti per molti anni una stagione di attentati portati a compimento non da qualcuno che veniva da fuori, ma da figli spesso della sua migliore borghesia, ideologizzati e desiderosi di sovvertire l’ordine costituito. I registi che si sono cimentati con questa impresa, ognuno con il suo sguardo, sono moltissimi (Bellocchio, Risi, Amelio, Damiani, Vancini…), e altrettanti i film, alcuni ottimi (Verso sera della Archibugi, che pure accenna appena all’argomento), altri buoni, altri dimenticabili, ma il libro di Mezzacappa non è solo un elenco: preceduto da una interessante introduzione e suddiviso in dodici capitoli che si focalizzano su aspetti specifici, come i legami con la Resistenza, gli attacchi alla politica, alla magistratura, al sindacato o i rapporti con l’estero (i Paesi Baschi), è soprattutto una importante testimonianza della necessità di ricordare sempre la storia.



 

 

 
 
 
 

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