Cinema la prima volta

Cinema la prima volta

Al primo ciak di Ultimo tango a Parigi, pellicola più che censurata un po’ dappertutto, Bernardo Bertolucci grida: “Buona la prima!”. Ma in verità non è tanto buona. Anzi. Perché l’operatore di macchina Enrico Umetelli, arrossendo, gli sussurra: “Scusa, mi sono trovato Marlon Brando nella loop e sono rimasto a guardarlo, paralizzato”. L’arrivo di Marlon Brando sul set ha infatti sprigionato meraviglia, innamoramento (Bertolucci stesso ha sempre detto che si innamora di tutti i protagonisti maschili dei suoi film, vedendoli come un prolungamento del suo pene, mentre con le donne il rapporto è diverso, sadomasochistico), timore e tremore. Anche Vittorio Storaro, che certo non può essere definito come un principiante, si fa intimidire: nei camerini allestiti sul ponte di Passy ha notato che l’attore ha la faccia troppo rossa, ma non osa fargliene parola. Allora si rivolge al regista: “Secondo te, si offende?” Bertolucci lo rassicura: “Ma va’, diglielo”. Storaro va. Parla a Brando. Questi non si scompone, anzi. Prende un asciugamano, se lo strofina in faccia, porta via tutto il cerone e domanda: “Meglio, così?”. Quando è piccolo, a volte gli chiedono cosa farà da grande. E Bernardo risponde che farà cinema. Nell’attesa, dato che a casa c’è un poeta, il padre, inizia a scrivere poesie sulle cose di cui sa scrivere. Vale a dire sull’avere sei anni…

Tiziana Lo Porto cura l’edizione nonché la postfazione (e chiude il volume con un sentito ringraziamento in primo luogo al protagonista del libro), di un’antologia di interviste e colloqui, brillanti, divertenti, interessanti, seri ma non seriosi, editi su quotidiani e riviste specializzate, reperiti dopo una lunga ricerca d’archivio, divisi per decenni e introdotti da una sorta di prologo sull’infanzia di Leonida Leoncini, che riguardano tutta la storia di Bernardo Bertolucci, da quando, dopo aver assitito, ventenne, nella regia di Accattone Pier Paolo Pasolini, esordì alla regia con La commare secca del 1962 fino a Io e lei del 2012. Cinquant’anni in cui è cambiato tutto: il cinema, la politica, il sesso, l’arte, lo stesso cineasta. Che parla di sé, di tutte queste cose, dei suoi colleghi, attori, modelli, ideali, passioni, ossessioni e molto altro (ama anche le serie tv: Mad Men, Breaking Bad, The Americans), a casa, sul set, in vari luoghi, con personalità come Maurizio Ponzi, Dacia Maraini, Alberto Arbasino, Andy Warhol, James Franco, cui il regista confessa che sì, al provino per The dreamers gli era piaciuto, e molto, ma poi ingaggiò Michael Pitt, in realtà sostituto della primissima scelta, Ryan Gosling, che non se la sentì, come Jake Gyllenhaal, di girare il film per le scene di sesso e di nudo (stesso rifiuto opposto da Belmondo e Trintignant all’epoca di Ultimo tango a Parigi). Una carrellata, per usare un termine del gergo cinematografico, che dipinge un affresco a trecentosessanta gradi di uno dei più grandi intellettuali italiani e della società contemporanea.



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