Cinquant’anni dietro la macchina da presa

Cinquant’anni dietro la macchina da presa

È nato d’estate. Il primo luglio 1934, per l’esattezza. A Roma. Per la precisione al Casilino. A quell’epoca un biglietto del cinema costa in media una lira e mezza, Blasetti gira il suo capolavoro, alla mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dà scandalo la breve sequenza di Estasi nella quale Hedy Lamarr compare per qualche istante nuda, Luigi Pirandello vince il premio Nobel per la letteratura, la nazionale di calcio italiana guidata dal tecnico Vittorio Pozzo si aggiudica il suo primo campionato del mondo, gli studi di Cinecittà non esistono ancora perché la prima pietra viene posta solo due anni dopo, così come non esiste nemmeno la televisione, ma Mussolini c’è già, e non è poco. Ma non vuole aggiungere altro a questo proposito, perché di quel periodo storico tutti sanno. Chi non sa in realtà lo dice soltanto, fa solo finta di non sapere. Ha sempre vissuto a Roma. Terzo di tre figli. Figlio d’arte. Il padre, infatti, lavora nel cinema, è un ispettore di produzione, si occupa degli aspetti organizzativi e logistici propri della realizzazione di un film, collaborando con il già nominato Blasetti, Camerini e Soldati. La mamma è casalinga, la sorella lavora nel teatro d’avanguardia, il fratello è responsabile elettricista nelle troupe, e spesso condividono il set. L’infanzia è felice, non manca nulla. Nell’appartamento accanto c’è Eugenia, il suo primo amore. Gli anni spensierati si interrompono coi bombardamenti: uno rade al suolo la casa. Dopo varie peripezie la guerra finisce, l’Italia diventa repubblicana, ma il mondo del cinema sembra essersi fermato: il padre continua a essere disoccupato. Sergio, dopo una licenza media conseguita con ottimi risultati, lascia la scuola e inizia a lavorare. Nel cinema. Poi il padre muore, e lui si rimbocca le maniche. Tutto sembra cospirare perché rinunci al suo sogno. Ma…

Sergio D’Offizi è stato il direttore della fotografia di 117 film in cinquant’anni di carriera. In questo libro che cura lui stesso insieme allo storico e critico cinematografico Gerry Guida (la prefazione è di Amedeo Di Sora), che lo intervista, racconta la sua vita, la ricca aneddotica che lo lega a molti grandi cineasti, i rapporti professionali e umani, il suo lavoro, fondamentale per la buona riuscita di un film, perché la fotografia fa parte a pieno titolo del linguaggio cinematografico, visto che una luce sbagliata può cambiare completamente il destino di una sequenza, e il mondo del cinema, con le sue luci, appunto, e le sue ombre. Ma il nucleo centrale del testo, dove compaiono anche diverse belle foto e varie testimonianze di attori e colleghi di quello che è stato tra l’altro l’operatore di fiducia del compianto Giuliano Gemma, è senza dubbio il sodalizio con Alberto Sordi: Il marchese del Grillo, di Monicelli, con cui collabora anche per esempio in Amici miei II, e per il quale ottiene la nomination ai David di Donatello, Il tassinaro, Io e Caterina, In viaggio con papà, Tutti dentro, Finché c’è guerra c’è speranza, Di che segno sei?, Detenuto in attesa di giudizio, Il testimone, Io so che tu sai che io so… La prosa è molto semplice, il bagaglio di curiosità è ampio, divertente e interessante, anche perché attraverso questi ricordi si può persino ricostruire tutto quello che c’è dietro la macchina da presa, che non si vede ma comunque esiste, ed è indispensabile per poi dare vita a quella magnifica illusione che dà tante emozioni, belle o brutte che siano, che chiamiamo cinema.



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