Cinque storie ferraresi

Cinque storie ferraresi

Lidia si commuove ogni volta che ripensa ai momenti dolorosi ma anche emozionanti del parto. Il ricovero di oltre un mese; i giorni sempre uguali trascorsi in un letto a fissare le foglie della grande magnolia secolare i cui rami maestosi si scorgevano dalla finestra, quasi sempre spalancata; il caldo afoso e l’astenìa degli ultimi giorni prima del parto. E poi, la felicità di stringere fra le braccia il suo bambino, suo e di David. Eppure, quando le è parso chiaro che David non avrebbe più dato notizie e le poche centinaia di lire che lui le aveva lasciato stavano per finire, a Lidia non rimane che preparare il suo fagotto e presentarsi a casa della madre. A ricominciare “ad abitare la stanzaccia dal pavimento di legno polveroso e dai due letti di ferro affiancati in cui aveva trascorso l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza”... Gemma Brondi è apprendista infermiera presso l’Ospedale Comunale di Ferrara. Ogni sera, durante il tragitto verso casa, il dottor Elia Corcos ‒ un giovanotto emaciato e dagli occhi pungenti e nerissimi ‒ la accompagna fino all’uscio della casa addossata alle mure urbane in cui vive la famiglia Brondi, contadini di città. In una di queste passeggiate serali, Elia decide di presentarsi ai genitori di Gemma e di chiederla in moglie... Nell’agosto del 1945 Geo Josz ricompare inaspettatamente in città, unico superstite dei centottantatré membri della comunità israelitica che i tedeschi avevano deportato in Germania. “Veniva da molto lontano, da assai più lontano di quanto non venisse realmente. Tornato quando nessuno più l’aspettava, che cosa voleva adesso?”... È un pomeriggio d’autunno del 1946: un corteo funebre attraversa piazza della Certosa attirando l’attenzione degli abituali frequentatori del luogo. Una selva di bandiere rosse e decine di cartelli con scritto “onore a Clelia Trotti martire del socialismo” accompagnano il feretro in una atmosfera che sembra più quella di una manifestazione popolare che non di un funerale... Ferrara, immediato dopoguerra. D’estate così come d’inverno, capita una cosa alla quale non tutti fanno subito caso. “Ma basta stare seduti qualche minuto a un tavolino del Caffè della Borsa, avendo davanti la rupe a picco della Torre dell’Orologio e, appena più a destra, la terrazza merlata dell’Aranciera, perché la faccenda appaia evidente”. Chi percorre quel tratto di corso Roma, quel marciapiede, non è certo un ferrarese; in città sembra ancora di sentire la raffica di mitragliatrice fascista che proprio lì ha abbattuto undici cittadini indifesi...

 

 

Le Cinque storie ferraresi ebbero una genesi travagliata: riscritti e corretti più volte nel corso di sedici anni, i racconti apparvero dapprima sulla rivista “Botteghe oscure”, ad eccezione di Lidia Mantovani, il cui primo abbozzo del 1937 fu pubblicato in Una città di pianura nel 1940. Una seconda stesura – senza troppi aggiustamenti – fu edita dalla “Biblioteca” sansoniana di Paragone (dove Bassani entrò come redattore nel 1953) con sovraccoperta di Mino Maccari, in una edizione oggi quasi introvabile. La versione pubblicata da Einaudi nel 1956 e ritenuta la stesura migliore – con la raccolta Lidia Mantovani, La passeggiata prima di cena, Una lapide in via Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti e Una notte del ‘43 ‒ è quella che valse a Giorgio Bassani il Premio Strega nello stesso anno. Nel 1980 i cinque racconti costituirono la prima parte del Romanzo di Ferrara, intitolata Dentro le mura. Protagonista assoluto di queste pagine lo stile: i periodi lunghi e ricchi di subordinate; le descrizioni – siano esse di strade e piazze, come di case e interni – in cui le immagini si sostituiscono prepotentemente alla parola (penso in particolare all’incipit di Una passeggiata prima di cena); le mura di Ferrara che costituiscono non solo una barriera fisica tra la cittadina romagnola e l’aperta campagna, ma anche metafora dell’animo umano, combattuto tra l’essere e il dover essere. Da questa tela vividamente dipinta emergono i personaggi ‒ finemente caratterizzati ‒ gente normale, in qualche modo alla ricerca di un proprio posto nel mondo. C’è Lidia, che è costretta a tornare dalla madre non appena si rende conto che il fidanzato borghese non si farà più vivo; c’è il povero Geo Josz, unico superstite di ritorno da Buchenwald, che in città scopre il suo nome inciso su una lapide commemorativa; e c’è Pino Barilari, il vecchio titolare della farmacia davanti alla quale nel dicembre del 1943 (e qui Bassani riporta un avvenimento realmente accaduto sebbene posticipandolo di un mese) i fascisti fucilarono undici cittadini, che passa le giornate in finestra sussurrando “Ehi!” o “Attenzione!”, forse roso dai sensi di colpa per aver sempre mentito su quanto accaduto anni prima. Sono persone “fuori posto”, in qualche modo respinte dalla società (“E dunque che cosa voleva in fondo Geo Josz?[...] Quand’anche non avesse domandato che di vivere, di ricominciare a vivere, perfino in una richiesta così semplice, così elementare, avrebbero trovato di che sentirsi personalmente minacciati”); persone costrette a vivere di memoria, di nostalgia e di rimpianto, o a sparire. Per sempre.

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