Città amara

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L’Hotel Coma era uno schifo di hotel e Billy Tully non intendeva restarci. La biancheria pulita continuava a tenerla nella valigia sul comò, pronta per essere trasferita di corsa in qualche alloggio migliore. Da quando sua moglie l’aveva lasciato aveva cambiato cinque hotel in un anno e mezzo. Billy Tully faceva il cuoco in una tavola calda sulla via principale. La sua faccia, ancora bella rosa, era segnata intorno alla bocca. Il naso aveva un’ammaccatura al centro. Era basso, col petto ampio, compatto, né grosso né magro e neanche molto muscoloso, con le ossa grandi e poca carne addosso. Erano le dimensioni del collo a dargli un’aria possente, quand’era vestito. Tully non aveva fatto un solo incontro da quando sua moglie l’aveva lasciato, ma la notte prima aveva picchiato un uomo all’Ofis Inn. Quale fosse stato il motivo della lite non lo ricordava più, e neanche gli importava tanto. Lo interessava, invece, quello che aveva scoperto su se stesso. Gli era bastato dargli un cazzotto e quello era andato a terra. Così adesso si era convinto di aver abbandonato troppo presto la carriera. Aveva ancora ventinove anni, in fondo…

Definito da Joyce Carol Oates «una specie di manuale del fallimento, in cui la boxe rappresenta l’attività naturale di uomini totalmente incapaci di comprendere la vita», Città amara è l'unico, bellissimo, romanzo finora pubblicato dello scrittore e sceneggiatore americano Leonard Gardner. Il ring, tradizionalmente scelto come luogo per il riscatto, la via per l’ascesa sociale e morale di personaggi provenienti dalle vite più disgraziate, diventa qui il territorio in cui anime erranti e senza un destino trovano conferma del proprio inevitabile fallimento. A cominciare dai due protagonisti, Tully ed Ernie. Ex pugile il primo, deciso a recuperare una vita ormai perduta e diviso tra le deboli luci della speranza e il più forte richiamo della sopravvivenza; illusoria promessa il secondo, sposato con una donna che non ama ma privo di una qualsiasi energia interiore che lo aiuti a cambiare rotta. Per entrambi la parabola non potrà che essere discendente e resa ancora più drammatica dal ritratto cupo e degradato da una California lontana dagli stereotipi positivi di tanta cinematografia. Periferie fatiscenti, campi di cipolle, paesaggi grigi e palestre polverose diventano così il teatro di una storia sulla sconfitta, perfetta e universale, che accomuna vinti e vincitori, servi e padroni.



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