Cleopatra va in prigione

Cleopatra va in prigione

Rebibbia ha “l’odore del ferro scrostato dei cancelli e del dopobarba dei funzionari seduti sotto i calendari con i pastori tedeschi”, è il carcere romano in cui Caterina va a trovare Aurelio ogni giovedì dalle due alle tre del pomeriggio. Aurelio è il suo ragazzo, in prigione perché coinvolto in un’indagine volta a stanare giri di droga e prostituzione in alcuni quartieri della capitale. Il night club gestito da Aurelio e dal suo socio, Mario chiude quindi i battenti, Mario fugge in Venezuela e Caterina, che nel night club faceva la ballerina, poi la spogliarellista e infine la truccatrice, perde il lavoro e il compagno. La ragazza vive con la madre in un appartamento che si trova all’ottavo piano “di una palazzina costruita negli anni Settanta” alla periferia est di Roma, solo una gatta color polvere a far loro compagnia dopo che il padre, arrestato per adescamento di minore, tempo prima, adesso vive fuori città. Le indagini sulle presunte attività illecite del night club proseguono e il poliziotto che se ne occupa comincia a frequentare Caterina. Nasce così una relazione clandestina apparentemente poco importante che però smuove qualcosa nel cuore e nel corpo della ragazza provocandole inquietudine e insofferenza. Il suo nuovo lavoro come receptionist in un hotel in cui non va mai nessuno non le piace, guarda con malinconia ai tempi in cui poteva ballare e con rimpianto ai giorni in cui la vita poteva sembrarle più facile. Adesso con un’anca fratturata a causa di un attacco d’ira di Aurelio, un futuro incerto e una vita sentimentale in cerca di una direzione, Caterina si sente alla deriva. Nei momenti bui esce e cammina lungo l’Aniene, attraversa interi quartieri, respira l’odore di Roma, “tutta miseria e asfalto” e continua ad andare a trovare Aurelio fino al giorno in cui finalmente il ragazzo viene liberato e torna a casa. Un evento che costringerà Caterina a fare una scelta necessaria e comunque a chiudere per sempre un capitolo importante della sua vita…

Si parla spesso di Roma, Roma ladrona, Mafia capitale, la miseria e la nobiltà di una capitale che non sembra più in grado di reggere il peso di un ruolo politico e sociale che da sempre ha avuto. Cronaca, e per la cronaca ci sono i giornali, le televisioni, i dibattiti politici, per quanto riguarda le storie invece, quelle degli uomini e delle donne che in quella città sono cresciuti e continuano a vivere è tutta un’altra cosa. Claudia Durastanti, nata a Brooklyn da genitori italiani trentadue anni fa e residente a Londra, nelle intenzioni non voleva scrivere un libro sulla capitale ma imbastire una storia sull’importanza della memoria, raccontando le vicende di una ragazza di periferia come tante, alle prese con un’esistenza anonima, difficile e spesso in salita. Eppure Caterina è una donna che di normale pare abbia ben poco. “Nata dopo un’operazione di otto ore che ha rischiato di uccidere” sua madre per colpa di una malattia venerea, cresce in una periferia che nulla concede e che più spesso sottrae. Il padre in prigione, la scuola abbandonata giovanissima, i primi lavoretti precari distribuendo giornali alla stazione Tiburtina, una passione per la danza che le resta nel cuore ma che non potrà mai darle da vivere, Caterina è una “che ha la capacità di fulminare le lampadine con lo sguardo e di invertire il moto dei pianeti”. Spesso si sente un’eroina soprattutto dopo l’incidente che le è costato un’anca, alle volte pensa di essere una strega, una creatura al di là di un certo confine, un’anima con due cuori, “non uno solo e non uno in meno”, che amano all’impazzata. Divisa come Cleopatra dalla passione per due uomini, Caterina è attratta dal poliziotto che la fa scoprire una sessualità più violenta ed appagante e da Aurelio, il suo ragazzo da sempre, la sua prosecuzione. Quasi tutto nella vita di Caterina sembra essere il risultato più del caso che di scelte consapevoli e ha come conseguenza il progressivo abbandono dei desideri di ragazza. La sua ingenuità, il modo spesso trasognato di guardare gli eventi che la attraversano come da una lente sfocata, la sua malinconia verso un passato corso via troppo in fretta e un presente che non le offre nessuna certezza, non ne fanno però una perdente. In una periferia slabbrata e sorniona in cui tutto ha l’obliqua indolenza dei cammini senza scopo, Caterina impara a difendersi e continua a sperare. L’autrice torna a parlarci di donne e di città, dopo il grande successo di pubblico e di critica dei suoi precedenti romanzi, editi da Marsilio: Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra e A Chloe, per le ragioni sbagliate. Sa che ogni donna porta in sé un universo meraviglioso e spesso sofferto da proteggere e da capire. Così come sa che “una città ci chiede molte cose. Una di queste è una costante e implicita responsabilità di sé, in cui il dolore è ammesso solo se significativo, e la solitudine per essere accettata deve offrire qualcosa in sacrificio, barattare la sua spaventosa improduttività (almeno) per un’opera d’arte”.Le esistenze di Caterina, di Aurelio, delle ballerine del night club, del poliziotto, dei carcerati, dei bengalesi, dei tassisti, dei croupier o di suo padre non portano con sé nemmeno il riscatto di qualcosa di memorabile da consegnare alla storia. Eppure tutta la loro sofferenza invece di renderli deformi li “ha resi dei privilegiati, facili da usare, ma anche speciali, destinati ad essere consapevoli degli strati più infimi e nascosti del mondo e a renderli noti” anche quando possono fare poco o nulla per cambiarli. La splendida copertina di Manuele Fior sembra trasmettere un ineluttabile senso di attesa e insieme di passaggio: una donna seduta sulla banchina di una stazione ferroviaria aspetta un futuro che non arriva con la grazia di chi sogna e non si arrende. Questa è Caterina, questa è l’immagine che alla fine conserviamo di lei, insieme al passo elegante e fiero che accompagna il suo incedere leggero di ballerina sulle strade di una città capace di rappresentare il mondo intero.



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