Col corpo capisco

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Shaul li vede, li sente. Vede sua moglie Elisheva con l’altro, basta che chiuda gli occhi. E vede come Elisheva afferra la spalla dell’uomo e si piega per togliersi le scarpe. La vede aggrapparsi a quel corpo. I vestiti sparsi per terra. Shaul sa. E li vede anche in quella giornata di ottobre quando si trova a bordo di una Volvo con una gamba ingessata, mentre sua cognata, la moglie di suo fratello, Esti, è al volante. Dopo trenta minuti di viaggio i due cognati non hanno ancora iniziato qualcosa di simile a una conversazione. Esti ancora non sa che quel viaggio sarà l’occasione per sentire la storia di Elisheva e Shaul e di quel tradimento, di quel terribile tradimento che ossessiona Shaul, ma di cui lui ha la certezza pur non avendoli mai seguiti quei due. E forse anche Esti avrà qualcosa da raccontare… Sua madre è ammalata, a letto. Lei, Rotem, sua figlia, è tornata da Londra: è da due anni che non si vedono. La guarda, quella donna morente, e per quanto si forzi non riesce a collegarla alla donna che era, la regina delle indovine, ma che di lei non sa nulla. Rotem ha scritto e, soprattutto, ha scritto di sua madre. E, ora, al suo capezzale, le leggerà, sera dopo sera, quelle parole. Parole del passato, dell’infanzia, delle lezioni di yoga che sua madre, all’epoca, teneva e di quel ragazzino…

Col corpo capisco è il secondo dei due lunghi racconti che compongono questa raccolta del celebre autore israeliano e che, appunto, dà il titolo alla medesima. Racconti differenti certo, ma uniti da due elementi cardine: il corpo e il sentimento della gelosia, seppur visti con prospettive diverse. Infatti, se da un lato si descrive, con minuzia e con precisione quasi chirurgica com’è tipico di Grossman, il sentimento di gelosia all’interno di un matrimonio, dall’altro la gelosia sarà il tarlo che intaccherà, in modo quasi traumatico, il rapporto di una figlia con la madre. E tutta la narrazione sarà un ruotare attorno al binomio corpo-gelosia, in una sorta di danza che alterna realtà e immaginazione, alternanza che a tratti viene meno, fino a creare una totale commistione tra realtà e pensiero, fino a non scorgere più di alcuna linea di confine tra le due cose, creando terreno fertile per una dimensione nebulosa, sfumata, tipica del mondo onirico. Come negli altri suoi romanzi, Grossman riesce – e in ciò è sempre abile – a mettere a nudo l’animo umano, a compiere complesse analisi introspettive, a trasformare i corpi, tangibili, in sensazioni, per definizione non tangibili, a ridurre tutto al rango di sentimento. Ma nel far ciò porta tutto all’esasperazione e la lettura è, a tratti, faticosa, fors’anche per la ricchezza della sua lingua esacerbata dal continuo e ripetuto ricorso ad aggettivi che, ridondanti, affaticano.

 


 

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