Cold Spring Harbor

Cold Spring Harbor
È proprio lì, a Cold Spring Harbor - un paesino come tanti altri nella piccola e verde Long Island, collegato da strade in macadam e popolato da timide villette in legno ad un piano o due al massimo - che Charles Shepard ha deciso di ritirarsi dopo il congedo forzato dall’esercito. Il suo grado di capitano ora serve a poco nulla di fronte alle continue crisi della moglie Grace che, tra cliniche, seminfermità e collassi nervosi, ha trovato nella bottiglia un’amica fidata. Certo questo non giustifica le continue corse in macchina del diciassettenne Evan, i richiami da parte della polizia e quelle belle scazzottate a suon di denti rotti che popolano le serate tra maschi, ma in fondo come non perdonare un figlio dall’infanzia difficile, fatta da continui trasferimenti a causa del lavoro del padre e dalle assenze di una madre malata? E così quando il piccolo Shepard torna a casa con la spiacevole notizia di aver messo incinta Mary Donovan, la famiglia si stringe intorno al suo instabile fulcro e cerca di andare avanti come può, anche se nel giro di un paio d’anni il matrimonio si rivelerà una catastrofe e per Evan si apriranno le strade di un noioso lavoro in fabbrica, preclusa per sempre la via del college. Eppure in un giorno di pausa dal lavoro, mentre Charles ed Evan gironzolano per New York in cerca di un oculista, un guasto improvviso dell’auto su cui viaggiano sembra cambiare il destino degli Shepard che, dopo aver suonato ad un’anonima casa nelle vicinanze, conosceranno la stramba famiglia Drake…
Cold Spring Harbor arriva sul mercato italiano a completare l’universo yatesiano: un microcosmo che negli anni è riuscito ad attirare a sé una vera e propria piccola schiera di lettori - forse esigui in numero e per questo ingiustamente dimenticati dalle classifiche - ma che popola animatamente il web 2.0 e che segue con attenzione e mesi di anticipo ogni nuova uscita firmata da Richard. E in questo credo che poco conti la fama derivata dalla trasposizione cinematografica del capolavoro di Yates, non dico sul panorama internazionale, ma nello specifico di quello italiano. Forse i motivi di questo piccolo successo editoriale sono da cercare altrove: vuoi nell’abile lavoro di recupero dei maestri della letteratura americana del secondo dopoguerra a cura della romana Minimum Fax, vuoi per quelle copertine così maledettamente graziose ed azzeccate, vuoi per il perfetto lavoro di Andreina Lombardi Bom che segue tutte le nuove traduzioni dell’autore - oltre al presente, parliamo di Easter parade e Una buona scuola, non dimenticandoci che Revolutionary Road, Undici solitudini e Disturbo della quiete pubblica sono frutto di un recupero da parte di Minimum Fax di testi già editi per Garzanti e Bompiani tra gli anni ‘60 e ‘70. Ma cosa dire nello specifico di Cold Spring Harbor? Personalmente trovo piuttosto ingiusto privilegiare questo testo rispetto al resto della produzione yatesiana, col rischio di correre quel vizio sciocco ed inutile di gridare al mito ad ogni nuova uscita, posso solo dire che sicuramente rientra tra i migliori libri dell’autore e di molta letteratura americana moderna - e mi auguro di poter leggere presto in italiano gli ultimi tre pezzi mancanti della preziosa collezione firmata Yates.

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