Colomba

Colomba

Colomba Mitta è una ragazza di ventidue anni che vive a Touta, un piccolo borgo abruzzese, in compagnia della nonna Zaira detta Zà. Una mattina di giugno Colomba scompare improvvisamente lasciando la camera perfettamente in ordine, il letto rifatto e sul tavolo della cucina una tazzina di caffè ancora piena con il cucchiaino colmo appoggiato al barattolo dello zucchero. Della ragazza nessuna traccia, come se fosse svanita nel nulla. Dopo settimane di ricerche nei boschi della Marsica, persino le autorità si arrendono e lasciano intendere che probabilmente la sfortunata è morta cadendo in qualche crepaccio. L’unica che non si da per vinta è Zà: tutti i giorni con gli scarponi da montagna, il berretto da ciclista, i guantoni e la giacca imbottita inforca la sua bicicletta e vigorosa pedala verso il paese a chiedere notizie della nipote o si dirige verso i sentieri che si addentrano nel bosco. Poco importa che tutti la chiamino “e pazzerelle”, lei sa che Colomba – che porta il nome della santa venerata in Abruzzo – è viva. E con la sua cartina in tasca – ripiegata in quattro e suddivisa in settori – avvia una ricerca sistematica della nipote; uno spicchio di bosco alla volta, curvando le spalle sul manubrio, “lo sguardo fisso sullo stradino pieno di buche, la coda di cavallo castana che le ballonzola sul collo”...

 

Un’altra splendida storia di donne, quella raccontata qui da Dacia Maraini, in cui però la ricerca di Colomba è solo un pretesto per poter narrare di intere generazioni, della storia di una famiglia abruzzese le cui redini – nel bene e nel male – sono sempre state tenute salde in mano da donne coraggiose, intraprendenti e generose. Donne come Antonina (la madre di Zaira) abbandonata dal marito in fuga dai fascisti che si è reinventata una nuova vita accanto a un altro uomo; o come l’irrequieta Angelica (la madre di Colomba) trascurata dal compagno e morta improvvisamente in un incidente stradale. E come la stessa Zaira, forte, determinata e certa, fino alla fine, della salvezza della nipote. Una lettura che richiede sicuramente attenzione perché molti sono i piani narrativi che si intrecciano e a volte si sovrappongono come all’apertura di un complesso sistema di scatole cinesi. Vita reale e finzione narrativa si fondono, a tratti se ne perdono i confini: il personaggio di Zaira bussa energicamente alla porta della “donna dai capelli corti”, l’autrice, per chiederle di raccontare la sua storia, perché “narrare è anche indagare” e l’autrice, da parte sua, si interroga continuamente sulle ragioni che la spingono a scrivere.E così, in un alternarsi quasi onirico di pezzi di storia, di vicende familiari tramandate di madre in figlia (perché “in quella famiglia povera e analfabeta, la sola cosa che funziona è la memoria”), di citazioni letterarie (da Bergson a Flaubert), di ricordi autobiografici di un padre austero e ardimentoso (“Forza Cina, cammina più svelta, sennò facciamo tardi e se il buio ci coglie stasera che non c’è la luna, finiamo dritti dentro un crepaccio”) e di un Abruzzo dai paesaggi mozzafiato e dai dialetti aspri, ci scopriamo bramosi di nuove storie, proprio come la bambina che chiede in continuazione “raccontami una storia, mà” e che rappresenta in fondo un po’ tutti noi, incantati dal miracolo della narrazione. A sorpresa il lieto fine, quasi una luce di speranza in una storia tanto triste, ma in fondo il peggio è passato, “l’erba nuova sta sbucando in mezzo alle pietre, gli alberi sono coperti di gemme e una gazza ladra fa sentire la sua voce sgraziata e impertinente”.



 

 

 

 
 
 
 

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