Colori e anni

Colori e anni
Che fine ha fatto la bella Magda Pórtelky, che ai balli era sempre la più ammirata della serata? Dov’è la fanciulla che andava incontro al destino a passo di valzer, armata del suo fascino vivace e dell’abito con lo strascico fatto venire dalla più rinomata sartoria di Budapest? L’hanno messa in mostra, inguainata nel corsetto e rivestita di seta, perché qualcuno si facesse avanti a chiedere la sua mano. Bisognava fare in fretta, la sua freschezza di giovinetta non sarebbe durata per molte stagioni e sua madre, vedova e senza patrimonio, doveva accasarsi per trovare qualcuno che provvedesse a lei. Cosa che non poteva succedere con la zavorra di una prole. Così Magda, appartenente alla vecchia nobiltà terriera ungherese, diventa la moglie di Jenő Vodicska, un anonimo avvocato della borghesia venuta dal niente. Non lo ama, ma Jenő si occupa di lei, la vizia e la coccola in maniera paterna, cullandola e stuzzicandola come si fa con i bambini. La mattina Magda lustra, spolvera, riordina, manda avanti con l’aiuto della servitù gli infiniti, ripetitivi lavori necessari a rendere la casa accogliente. Al pomeriggio, in una delle sue toelette alla moda, si reca a far visite e a passeggio in carrozza. E poi ci sono le serate in cui lei e Jenő ricevono ospiti. Allora, nelle vesti di protagonista riverita e invidiata, si sente nel suo elemento, felice. La sua ambizione e il suo dispendioso train de vie, però, portano alla rovina Jenő, che alla vergogna preferisce un colpo di rivoltella. Sola, priva di mezzi, Magda è costretta nuovamente a cercare un marito che la mantenga. L’infatuazione passa, l’errore resta, e iniziano gli avvilenti anni consumati fra i parti, le spossanti faccende domestiche, la mancanza di denaro, le parole velenose che lei e il secondo consorte si lanciano come coltelli. Svaniti i sogni, le rimane uno scopo: far studiare le sue tre bambine perché abbiano un futuro diverso, libero dalla schiavitù di doversi umiliare davanti a un uomo, di diventare la sua serva e dovergliene pure essere grata...
Margit Kaffka, la prima scrittrice ungherese a porre la questione femminile al centro delle sue opere, pubblica Colori e anni nel 1912, quando fare la moglie era l’unica chance per una donna che non volesse o non potesse essere di peso alla propria famiglia. La sua Magda, che non si esime da un certo bovarismo provinciale, è ben diversa dalla non più bambola Nora e dal femminismo ibseniano. Fin dall’inizio è consapevole che la sua sorte è legata a filo doppio a quella degli uomini e di loro si serve usando, in modo del tutto lecito e col beneplacito della società, le sue arti muliebri. Le va male, il caso le mette in mano le carte sbagliate e solo dopo aver perso la partita arriva alla presa di coscienza. A cinquant’anni, età in cui, ai primi del Novecento, si era irrimediabilmente vecchie, rivede il suo passato osservandolo dall’esterno, lo giudica come se appartenesse a un’altra persona, lo sfoglia in un monologo interiore in cui scorrono i momenti spensierati della fanciullezza, la breve euforia dell’adolescenza che si affaccia baldanzosa all’età adulta, le avversità che non l’hanno risparmiata. C’è un certo squilibrio fra la lunga parte dedicata al periodo in cui Magda nutre ancora delle speranze per l’avvenire – un avvenire che sa che può realizzarsi soltanto per mezzo di un uomo – e la più breve parte conclusiva, dello squallore al fianco di un compagno inetto e irresponsabile, che si lascia trasportare dagli eventi come un tappo di sughero dalla corrente. Questa discrepanza rispecchia l’amara ironia dell’esistenza: tante illusioni coltivate durante il tempo fugace e che pure pare infinito della giovinezza, per poi arrivare all’epilogo dei giorni sempre uguali che rapidamente portano alla tappa definitiva. Eppure Magda ricorda tutto senza dolore né acrimonia: “I vecchi tormenti ormai non mi bruciano più, e oggi la consolazione più grande che mi possa toccare è forse una buona tazza di caffé bollente e profumato”. La sua rassegnazione, il suo ritrarsi a poco a poco fino a sparire nell’ombra, hanno il suono lento e triste di un rintocco funebre. Ecco che fine ha fatto Magda. La vita l’ha stritolata e svuotata, la sua vita di donna che in realtà non ha mai potuto scegliere ma solamente essere scelta.

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