A colpi di machete

A colpi di machete
Ricordate il genocidio nel Rwanda del ’94? Le perizie hanno definitivamente stabilito che non furono i tutsi a lanciare il razzo contro il jet dell’allora presidente Juvénal Habyarimana che servì da pretesto agli hutu per scatenare e programmare chirurgicamente la pulizia etnica. Come spiega nel suo accurato articolo del 16 gennaio l’inviato de La Stampa Domenico Quirico (rapito in Libia – ricorderete - per pochi giorni): “il razzo che il 6 aprile 1994 fece precipitare il Falcon su cui viaggiava il presidente rwandese in fase di atterraggio a Kigali fu lanciato dal campo della guardia presidenziale” e non da zone presidiate da “rappresentanti” dell’etnia tutsi. Una notizia che giunge solo pochi giorni dopo la riedizione in versione economica, da parte di Bompiani del libro in cui il giornalista francese Jean Hatzfeld ha raccolto proprio le testimonianze degli esecutori del genocidio rwandese. In poco più di tre mesi furono massacrate ed uccise un milione di persone per mano di “fratelli” della stessa razza, seppur non della stessa etnia, oltre alle altre migliaia che, per le ferite inferte, sono rimaste brutalmente sfregiate, mutilate ed invalide (per non accennare ai devastanti traumi psicologici che non solo i bambini si porteranno dietro per tutto il resto della loro vita). Dopo aver dato la parola nei libri precedenti alle vittime, all’inizio del 2000 Hatzfeld è ritornato in Rwanda per intercettare, questa volta, gli esecutori delle carneficine con la speranza di farsi raccontare la loro versione dei fatti e, soprattutto, cosa, in quei momenti passava nelle loro teste, che tipo di emozioni provavano mentre si accanivano ferocemente, a colpi di machete, anche su donne, anziani e bambini con cui avevano vissuto a stretto contatto sino a qualche giorno prima. Non certo una macabra perversione, l’iniziativa del giornalista francese, bensì il tentativo di capire come si è potuto perpetuare in così poco tempo ed in modo così chirurgico un genocidio di queste proporzioni: perché è sempre sconvolgente riconoscere come i malvagi della Storia siano persone come noi che, con tutta probabilità non avrebbero mai immaginato di vestire i panni di spietati assassini. Del resto, Hatzfeld fu uno dei pochi a seguire in presa diretta quei tragici avvenimenti, mentre la comunità internazionale, e soprattutto il suo governo che ha ancora una forte influenza sulla regione, chiudevano gli occhi e facevano finta di niente: ancora oggi sente il bisogno di indagare nelle menti e nei cuori per provare a trovare delle risposte, se ne esistono, all’inimmaginabile…
Per affrontare A colpi di machete occorre essere ben preparati. A sopportare immagini e dettagli scioccanti, dato che da tutte le testimonianze emerge come il rastrellamento dei tutsi (e degli hutu “moderati”) sia stato perpetuato come un normale lavoro, come se si stessero falciando routinariamente pannocchie o segando tronchi d’albero: orari da rispettare, minime pause, punizioni per i più “pigri” (che, in questo caso, erano quelli che non uccidevano abbastanza), generose ricompense a lavoro ultimato che, puntualmente, consistevano nella razzia dei villaggi delle vittime. Certo, questo tipo di lavoro non necessitava di particolare organizzazione: ci si radunava la mattina al campo da calcio e si partiva verso i villaggi per massacrare il più alto numero possibile di tutsi con qualsiasi tipo di arma a disposizione (machete, martelli, coltelli, spranghe o fucili). Un capitolo, ad esempio, raccoglie i racconti delle “prime volte”, cioè di quando per la prima volta si è tolta la vita ad un essere umano… della stessa pelle, delle stesse abitudini, della stessa lingua, dello stesso villaggio, eppure considerato meno di un animale. Quello che emerge da tutti questi racconti è la bestialità degli esecutori, una bestialità che è qualcosa di più della violenza individuale, qualcosa di più della follia, qualcosa di diverso da una guerra vera e propria, perché è fatta dell'indifferenza più totale alla vita, alla morte, al sangue, al dolore, e ad ogni forma di umanità. Di alcuni resoconti colpisce il tono monotono, distaccato, quasi annoiato di chi non sente il peso della colpa: anche perché, forse, se lo si avvertisse in tutta la sua enormità sarebbe difficile andare avanti. Alcuni, tuttavia, non abbandonano la speranza di essere perdonati e di poter ritornare, una volta scarcerati, alla vita normale. “Si cacciava come bestie, i cacciatori erano bestie, le prede erano bestie; istinti bestiali si erano impossessati degli animi”. “Nessuna gentilezza (e clemenza) era ammessa nelle paludi, sino al fischio di chiusura della “caccia”. Avevamo la cattiveria e l’accanimento per uccidere in modo da scacciare gli eventuali dubbi.” Gli stessi esecutori provano a spiegare quello che succedeva dentro di loro. A parte quelli che hanno continuato ad avere paura ed hanno provato anche a fuggire, sembra che l’abitudine ad uccidere si sia trasformata in bisogno di uccidere, tanto che nell’eccitazione estrema, se non c’erano più tutsi da eliminare, succedeva spesso che i soldati si minacciassero fra di loro: anche a causa dell’alcool, gli istinti animaleschi avevano soffocato la ragione ed il sentimento. C’era chi, ormai, uccideva compulsivamente, allo stesso modo con cui si attaccava alla bottiglia una volta che ritorna la sera al proprio villaggio. Più che altro per superstizione, in quanto possibile presagio di un futura maledizione, solamente la vista del sangue poteva dare fastidio; eppure non ci si accorgeva nemmeno più di avere sotto le mani e sotto il proprio machete degli essere viventi: “chi correva col machete in mano non sentiva più niente, dimenticava tutto. Il programma sempre uguale ci dispensava dal riflettere su quello che facevamo. Partivamo e ritornavamo senza che mai un’idea ci attraversasse la mente. Andavamo a caccia perché era il nostro programma quotidiano, finche non fosse finito tutto. Le braccia comandavano la testa, e in ogni caso la testa non diceva più quel che doveva dire”. Del resto, come ammettono gli intervistati, quando si è da soli non si ha il coraggio nemmeno di uccidere una formica, ma quando si è trascinati da una folla eccitata “programmata ideologicamente” che risponde ad ordini precisi provenienti da alte gerarchie, ci si sente legittimati anche nel compiere le azioni più abominevoli, specie se si ha la certezza (o si crede di averla) di non essere punito, ma, all’opposto, ricompensato. Nel resto del libro si accenna al tirocinio per imparare ad uccidere, di come fosse più conveniente e meno stancante andare ad uccidere e poi saccheggiare al posto di zappare la terra, delle punizioni per chi si dimostrava troppo “mansueto” o “clemente”, degli stupri, di cosa pensavano le proprie donne, di cosa si provava ad incontrare un conoscente che si doveva eliminare (molte volte, “si passava il compito ad un collega”), del ruolo di Dio in tutto questo, dei rimorsi e dei rimpianti, delle richieste di perdono, dei tipi di perdono che si potrebbero concedere. Anche per dar tregua al lettore messo di fronte a questa spirale di orrore e lasciargli la possibilità di tirare il fiato, le crudi testimonianze sono intervallate da riflessioni dell’autore, oltre che sul genocidio rwandese, sui mali storici del continente nero, sulla Shoah e sugli altri genocidi moderni. Jean Hatzfeld è nato in Africa, in Madagascar, ed ha vissuto in prima persona, come corrispondente giornalistico, tutte le maggiori guerre della storia contemporanea: oltre allo scontro fra hutu e tutsi, l’infinito conflitto in Libano, l’odio fra israeliani e palestinesi, le invasioni dell’Iraq e la dissoluzione della Jugoslavia.

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