Com’era weird la mia valle

Com’era weird la mia valle

C’è una intera letteratura (e prima ancora un insieme di miti e leggende, a loro volta derivanti da racconti tramandati di generazione in generazione le cui origini si perdono nella notte dei tempi) che descrive eventi “con origini e risvolti misteriosi, magici, soprannaturali” e che – nelle infinite declinazioni e differenze tematiche e stilistiche – ha come costante, come minimo comun denominatore “la presenza di un senso di straniamento, un sovvertimento delle regole ordinarie dell’esistenza e del senso comune della realtà, uno scardinamento delle certezze consolidate, l’avvento del meraviglioso, dell’inspiegabile, del prodigioso nell’ordinata trama del vivere quotidiano”. Nell’ambito di questa letteratura possono essere individuati alcuni filoni particolarmente “fortunati”: innanzitutto quello dei “ritornanti”, cioè di chi torna dalla morte perché è un vampiro (a partire dal Dracula di Bram Stoker), perché uno scienziato trova un metodo macabro e bizzarro per ridare vita a corpi inanimati (a partire dal Frankenstein di Mary Shelley) o perché un agente esterno di natura varia ed eventuale fa risorgere i defunti trasformandoli in zombie (e qui c’è da fare un discorso a parte, perché l’opera letteraria che ha posto le basi del sottogenere, Io sono leggenda di Richard Matheson, curiosamente parla di vampiri e non di zombie). C’è poi l’archetipo millenario delle case infestate, da Robert Bloch a Ramsey Campbell, da Stephen King a (ancora) Richard Matheson, c’è il mito del licantropo e il ruolo – meno conosciuto e inflazionato ma non meno inquietante – del maiale nel gotico. C’è l’opera di Howard P. Lovecraft, che rappresenta un universo a sé, con le sue regole e le sue atmosfere; c’è il fortunatissimo filone dei cosiddetti “indagatori dell’occulto”, da Martin Hesselius ad Abraham Van Helsing, da Flaxman Low a John Silence, da Thomas Carnacki a Moris Klaw, da Harry Dickson a Jules de Grandin, da Simon Iff al Dottor Taverner, dal Duce de Richlieu a Keith Hilary Pursuivant, da John Thunstone a Dylan Dog. Grande importanza in questo tipo di letteratura hanno anche i villain, che a volte – come nel caso di Fantômas – sono addirittura essi stessi i protagonisti di saghe di successo. E il fantastico italiano? Parte dalla Scapigliatura ottocentesca e attraversa tutto il Novecento…

I campani Fabio Lastrucci – scultore, illustratore, scrittore – e Vincenzo Barone Lumaga – avvocato, musicista e scrittore –, entrambi appassionati esperti di narrativa di genere, firmano un saggio che offre brevi approfondimenti su alcuni filoni della letteratura “di genere fantastico, orrorifico, di suspence, con particolare riguardo a quella corrente narrativa, evolutasi soprattutto nel mondo anglosassone, che ci piace definire «weird»”. È però forse proprio nella definizione troppo poco precisa dei confini del Weird che sta la principale debolezza dell’operazione di Lastrucci e Barone Lumaga: innanzitutto l’accostamento al New Weird di cui Jeff Vandermeer è portabandiera è abbastanza forzato, dato che lo scrittore di Bellefonte ha sentito il bisogno di definire un nuovo genere letterario proprio per distinguerlo da gran parte della letteratura genericamente fantastica. E in secondo luogo avrebbe giovato – per differenziare il libro dalle numerose guide uscite negli ultimi anni sullo stesso argomento – inseguire la specializzazione, più che la voglia di regalare al lettore una visione d’insieme oramai abbastanza inflazionata. Non è un caso infatti che i capitoli più interessanti e preziosi di Com’era weird la mia valle (titolo molto carino) siano quelli dedicati ad argomenti finora un po’ meno esplorati, come quello degli indagatori dell’occulto in letteratura. Davvero godibili invece le interviste poste in appendice al volume, già in parte apparse sul web-magazine “Rivista Milena”: a rispondere alle domande di Lastrucci e Barone Lumaga sono Cristiana Astori, Eraldo Baldini, Claudio Vergnani, Gordiano Lupi, Simonetta Santamaria, Alessandro Manzetti, Paolo Di Orazio, Samuel Marolla, Danilo Arona, Gianfranco Manfredi.



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