Come il mare io ti parlo - Lettere 1894-1923

Come il mare io ti parlo - Lettere 1894-1923
«Il bisogno imperioso della vita violenta – della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell’allegrezza – mi hanno tratto lontano», scrive un consapevole Gabriele d’Annunzio alla “testimone velata” della sua arte, l’artista ineguagliabile Eleonora Duse. E questa risponde: «Non parlarmi dell’impero della ragione, della tua ‘vita carnale’, della tua sete di ‘vita gioiosa’. – Son sazia di queste parole!». Era il 17 luglio 1904, Gabriele d’Annunzio all’apice della sua fama letteraria con alle spalle opere narrative come Il piacere, L’Innocente, Il trionfo della morte, Il fuoco, e opere di poesia immortale come Poema paradisiaco o Alcyone, insieme con opere teatrali come La città morta o Francesca da Rimini; Eleonora, grande e stimata interprete teatrale, protagonista di opere in scena di Goldoni, Verga, Dumas, Ibsen, Shakespeare e, naturalmente, Gabriele d’Annunzio. In quell’anno, 1904, causa una tragedia, La Figlia di Jorio, s’infrangeva quella che tutti hanno sempre definito (o immaginato) una lunga storia d’amore: «come io avrò compiuta la mia nuova opera, te la manderò, te la offrirò. Non posso non fare questo. E dico non posso, obbedendo non a una opportunità materiale o a un riguardo mondano, ma a un comandamento dell’anima mia schietta. Tu potrai rifiutarla; ma è necessario che tu rifiuti con un atto franco, dichiarando l’animo tuo». La leggenda ha tramandato un lui profittatore e seduttore spietato, una lei tormentata vittima del suo più giovane aguzzino. Questo lungo epistolario dimostra – sorprendentemente – un’altra verità… 
Le lettere qui raccolte, infatti, al contrario di quanto ci si possa aspettare, non raccontano tanto la loro storia d’amore quanto le loro rispettive storie d’arte: la scrittura, privata e pubblica, di questi due grandi artisti diventa la protagonista di questo enorme volume. La scrittura, nel senso di grafia, ma anche la scrittura come avventura dell’anima che si rende oggettiva e si trasfonde nella pagina che in principio era bianca. Lettera dopo lettera, sia quelle che hanno come destinatario il Vate, sia quelle che come destinataria hanno la “Ghisola” (come Gabriele chiamava Eleonora), quel che si ‘sviluppa’ in queste circa millecinquecento pagine d’epistolario – per la verità solo in parte inedito, e comunque per buona parte conosciuto dagli addetti ai lavori – è la singolare storia personale e privata di due artisti che, nella scrittura, esprimono una dimensione di sé, un proprio specifico profilo d’uomo (o di donna, s’intende) e d’artista. Solo la somma, poi, delle due identità, lascia affiorare la parte ‘vulgata’ del risultato, ovvero la lunga e tormentata storia d’amore tra Gabriele d’Annunzio ed Eleonora Duse.

 

 

 

 
 
 
 
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