Come mi batte forte il tuo cuore

Come mi batte forte il tuo cuore
Pochi ricordi del papà, e il più vivido è così drammatico e doloroso da sovrastare tutti gli altri. Ed è difficile ritrovarli se tutto il resto è diventato un’icona, una rappresentazione bidimensionale: un esempio di virtù morale e religiosa, un giornalista senza macchia e senza paura, le sue fattezze e la sua umanità appiattite in un simbolo dal bronzo di un inespressivo busto nella sede di un ente locale. Questo, per un periodo, è stato Walter Tobagi per la figlia Benedetta: perché la Brigata XXVIII Marzo l’ha ucciso quando lei aveva solo tre anni, il 25 maggio 1980, togliendole la possibilità di conoscerlo per quello che realmente era. Uno stato di cose a cui crescendo, quella bambina che ha mimato il gesto della pistola ai suoi compagni di asilo per spiegare cos’avevano fatto al suo papà,  non si è voluta arrendere. Allora è entrata, in punta di piedi nello studio del padre, nei suoi archivi, nella sua vita: ha imparato a muoversi abilmente tra tutta quella carta, tralasciando le affermazioni superflue e orientandosi solo tra i ricordi personali abbandonati magari in una nota scribacchiata velocemente, o tra le inchieste a cui suo padre ha lavorato. E ha ritrovato così non solo la voce che le è mancata, ma anche quelle parole con cui le avrebbe fatto capire, come ha fatto per i suoi lettori all’epoca, cos’erano davvero quegli anni in cui gliel’hanno portato via e la spiegazione, non il senso perché non ce n’è, di quel violento distacco...
Scrive bene, benissimo, Benedetta Tobagi. Un italiano pulito e corretto, importante quanto basta, come ormai raramente siamo abituati a leggere. E, principalmente, una documentazione storica e una chiarezza espositiva sbalorditive nelle pagine dedicate alla ricostruzione dell’Italia degli anni di piombo. Una ricostruzione ottenuta anche tramite gli articoli del padre, quelle analisi così precise che persino i terroristi, nella rivendicazione dell'omicidio,  le avevano definite “di classe”: materiale non presentato acriticamente, ma accuratamente vagliato e analizzato dalla Tobagi, per cui quel giornalista, in questi casi, è semplicemente Walter, non papà; una prova importante e molto professionale, se si tiene conto del fatto che viene messa così momentaneamente da parte la dimensione personale, vero motore del libro e dolorosamente presente in alcuni, bellissimi capitoli più intimi, scritti con una passione vibrante. Il risultato non è solo un libro coinvolgente per la sincera, spontanea partecipazione emotiva alle vicende dell’autrice: è anche un’importante bussola per orientarsi nella storia recente d’Italia, filtrata dalla prospettiva di chi quegli anni non li ha vissuti, ma ne porta dentro le tracce a tal punto da non aver paura di guardare le cose in faccia e chiamarle con nomi che allora forse si è preferito ignorare: un bellissimo, generoso regalo per un lettore in cerca di emozioni e verità.

Leggi l'intervista a Benedetta Tobagi

 

 

 

 
 
 
 
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