Come si muore oggi

Miami, Florida. Il sergente Hoke Moseley sa già che farà fatica ad accettare la nuova regola istituita dal nuovo capo. Divieto di fumo nell’edificio e nelle auto di servizio. Una vera ingiustizia, qualcosa di simile a un calvario per uno come lui, abituato a fumare ovunque e sempre. Hoke vive in una casa a Green Lakes, assieme alle figlie e alla ex compagna di lavoro, con la quale condivide l’affitto. Da alcuni anni è stato dislocato al dipartimento dei casi irrisolti, abile nel leggere gli indizi che altri hanno già valutato o trovarne di nuovi, nascosti tra le pagine dei vecchi rapporti. Da tempo si arrovella maneggiando un telecomando di un cancello automatico, convinto che sia una prova e la chiave di un delitto avvenuto tre anni prima, nel quale venne ucciso un chirurgo, assassinato nel giardino di casa sua, costretto a scendere dall’automobile per chiudere a mano un portone che avrebbe dovuto funzionare elettricamente. Proprio nel momento in cui gli viene chiesto di allontanarsi da Miami per partecipare a una missione sotto copertura per scoprire le prove di alcuni probabili omicidi di immigrati haitiani clandestini, Hoke si ritrova come vicino di casa Donald Hutton, finito in prigione proprio grazie alle indagini portate avanti da Hoke stesso perché accusato di aver ucciso il fratello Virgil. Dopo la sentenza, Hutton aveva giurato vendetta e ora eccolo qui, uscito di prigione prima del previsto. La missione fuori città si rivela un vero incubo, nel quale Hoke rischia di lasciarci le penne e, al suo ritorno, scopre che le figlie e la donna sono scomparse, a quanto pare partite assieme a Donald Hutton per chissà dove…

Pubblicato nel 1988, appena poche settimane prima della morte di Charles Willeford, Come si muore oggi è l’ultimo capitolo di quella che viene definita la Quadrilogia di Miami, serie di quattro romanzi dedicati alle indagini del sergente Hoke Moseley. Uscito in Italia per Marcos y Marcos e ristampato quest’anno da Feltrinelli, il romanzo è una crime fiction eccellente, dove i colpi di scena sono solo uno degli ottimi ingredienti di un racconto che ha tutto quel che serve per appassionare gli amanti del genere e non solo. Duro e violento quando serve, non a caso riferimento per uno come Quentin Tarantino, ma ricco anche di ironia e malinconia, ci mostra uno spaccato di vita reale, di un mondo vicino alla terra sopra la quale camminiamo. Così è Hoke, reale e quasi tangibile, a cui subito ci si affeziona perché uomo dall’anima buona: un poliziotto pulito e che si dispiace per le morti non necessarie, ma inevitabili, che sarà costretto a infliggere. Gran bevitore, fumatore incallito, con una dentiera che sotto copertura sarà costretto a togliere, ama le sue figlie, ama il suo lavoro di poliziotto dimostrandolo ogni giorno e in ogni situazione. Gli spunti noir non mancano, così come i momenti toccanti come l’incontro con Mrs Elena Espenida, che vive in un campeggio per roulotte assieme al figlioletto Warren, nutrito a biberon di Coca Cola e poco altro. Di loro si ricorderà anche a missione finita. Romanzi come questo e autori come Willeford siano di riferimento per chi vuole scrivere noir o crime fiction, dato che non basterà un omicidio e un movente perché i lettori si affezionino ai vostri personaggi e non basterà l’ennesimo commissario capace di risolvere il caso a fare del vostro romanzo un libro memorabile. Lo spessore di un personaggio e di un racconto si costruisce grazie a molte altre cose. Solitamente, bisogna sporcarsi le mani per scavare e scoprire la vera essenza di una storia e spesso l’autore è il primo a non voler toccare con mano la strana melma che poi racconterà.



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