Come sugli alberi le foglie

Come sugli alberi le foglie
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È l’8 luglio del 1899. A Como Antonio Sant’Elia freme al pensiero che finalmente il papà, finito di aggiustare barba e capelli all’ultimo cliente, lo porterà all’esposizione voltiana allestita per il centenario della pila. Lo ha guardato per mesi quel cantiere, e frigge dalla voglia di vederlo. Non tanto per l’esposizione in sé, ma perché è tutta incentrata sull’elettricità, che è la sua passione. Poco prima di arrivarci però scoprono che la parte interessante è andata a fuoco. Distrutta. Antonio è deluso, arrabbiato, amareggiato, non sa che sta per scoprire la vera vocazione della sua vita. Per tentare in qualche modo di consolarlo il padre gli propone infatti di entrare a visitare un padiglione in cui sono esposti dipinti e disegni, in fin dei conti Antonio ama disegnare ed è anche bravo. Mentre è incantato davanti ad un dipinto gli si avvicina Clio, una bimba mai vista prima, che diventerà la sua più cara amica, la persona con cui si confiderà e in cui troverà sempre sprone e comprensione. Anche quando deciderà di trasferirsi a Milano. A Milano conoscerà Carrà e sarà proprio il pittore, dopo aver visto i disegni di Antonio, ad indicarlo a Marinetti, quando questi realizzerà che l’architettura non ha ancora un suo Manifesto, come l’uomo giusto. Sant’Elia entra dopo qualche esitazione a far parte del Movimento e conseguentemente ad arruolarsi nei Volontari Ciclisti, non del tutto convinto, ma irretito irresistibilmente dal fascino trascinatore di Marinetti. Morirà l’anno dopo, nei pressi di Quota 85 a Monfalcone, colpito alla testa mentre guida l’assalto a una trincea nemica…

Il romanzo è dichiaratamente incentrato su Antonio Sant’Elia, architetto visionario e geniale, i cui disegni hanno ispirato le scenografie di Metropolis, capolavoro del grande Fritz Lang. La sfida che Biondillo ha accettato (e ha vinto) è stata quella di spostare il piano temporale riuscendo a non creare mai confusione. Un capitolo sugli anni precedenti il 1915 ‒ con il fermento che circondava il nascente Futurismo ‒ e un capitolo negli anni della Grande guerra, alternando la crescita e il declino e mantenendo fluido il racconto pur passando da scenari cittadini in cui Fontana, Boccioni lo stesso Marinetti – ideatore dei manifesti ‒ Sironi Carrà e molti altri, danno vita ad una nuova visione del mondo confluendo nel Movimento, agli scenari terribili delle trincee, dei cadaveri ammassati, della fame, del buio, della puzza. Un pensiero attribuito a Boccioni ben spiega lo stato d’animo di chi alla guerra è stato spinto dall’entusiasmo: “La guerra era fatica, sudore, fango e merda. Altro che igiene del mondo”. I Volontari interventisti interagiscono con moltissimi personaggi, se per alcuni ci sono i riscontri storici per altri ‒ se non la certezza ‒ c’è la concreta possibilità che quegli incontri siano realmente avvenuti. In fondo quegli uomini erano lì, fisicamente presenti in quei luoghi e in quel tempo, Mussolini per esempio. Un romanzo che oltre a delineare la figura di Sant’Elia, pubblico e privato, ti immerge nella Storia, sembra di sentire l’entusiasmo che ha spinto tanti artisti a cercare qualcosa di diverso di nuovo di mai visto, spiega come andare oltre i luoghi comuni, oltre gli stereotipi. Racconta di un uomo, ma sarebbe più corretto usare il plurale, la cui vita è stata stroncata dal suo stesso entusiasmo e lascia intuire cosa avrebbe potuto dare al mondo. Un’ affascinante fotografia dei primi vent’anni del ‘900. Un libro di Storia scritto come un romanzo, affascinante come l’una e l’altro.



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