Concerto per mio padre

Concerto per mio padre
In Iran, nella città di Orumiyeh, il musicista Barbe Blanche è appena morto e il figlio primogenito Hossein vuole onorarne la memoria suonando il târ che ha ricevuto da lui in eredità. Appena pizzicate, le corde dello strumento non emettono però che suoni strozzati. Hossein ne rimane molto turbato tanto da avvertire uno strano senso di oppressione, un’angoscia che aumenta con il passare dei giorni, quando il târ sembra vomitare fischi sinistri che assomigliano a sussurri di morte provenienti dall’Aldilà, messaggi inquieti di uno spirito che non riesce a riposare. Stritolato dall’inquietudine e allo stremo della sopportazione, Hossein brucia le corde del târ e, insieme a suo fratello, parte alla volta della città di Ardabir perché un liutaio possa sostituirle. I due non immaginano che quel viaggio sarà fonte di sofferenze e di scoperte agghiaccianti… 
Perché il târ di Barbe Blanche “si rifiuta di suonare tra le mani” di Hossein? L’anima di Concerto per mio padre sta tutta qui, in quest’enigma che, stillando e irradiando dolore, implora di essere sciolto. Essa è un’anima cupa come il mistero che la origina, ma di una bellezza e di una profondità disarmanti, merito dello scrivere splendido e penetrante di Yasmine Ghata che esplora la morte, il buio e la disperazione con una sensibilità e un’intensità che regalano commozione. In particolare, il supplizio interiore di Hossein, che logora e strugge e che piove desolazione e smarrimento, lascia attoniti per il calore e la grazia con cui si lascia svelare. Tutti i libri hanno un’anima, ma poche esplodono in un prodigio di parole che sagomano e riempiono le cifre dell’eccellenza. L’anima di Concerto per mio padre è una di queste e conoscerla apre il cuore alle capriole alate di mille farfalle.

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