Confessione a Tanacu

Moldavia, Romania, 2005. In una delle zone più povere del Paese gli orfani trascorrono la loro vita tra istituti, affidamenti temporanei e lavoretti saltuari. I più fortunati, una volta maggiorenni, riescono a mettere da parte un gruzzolo per comprarsi l’indipendenza. Altri trovano rifugio nei monasteri che popolano la regione. Sembra un’alternativa valida. Pasti assicurati, un tetto sopra la testa, una comunità a cui appartenere. Un posto dove mettere radici, finalmente. Irina è cresciuta in un orfanotrofio insieme al fratello Vasile e alla sua migliore amica Paraschiva, imparando a difendersi dagli assalti dei maschi e a disprezzare la propria femminilità. Dai film di Jackie Chan impara a lottare come un karateka. Nessuno dovrà più provare a toccarla, o farà i conti con la sua furia. A ventitré anni deve decidere cosa fare della sua vita. Per qualche tempo ha vissuto in Germania con la famiglia adottiva e con il suo lavoro da babysitter ha messo da parte abbastanza da comprare una casetta in Romania per sé e il fratello. L’amica Paraschiva, invece, sceglie di farsi suora e si trasferisce nel monastero di Tanacu. Ne dice meraviglie, la invita a raggiungerla. Irina va a trovarla e decide di rimanere per un po’. Questo però significa attenersi alle severe regole del posto: lunghe ore di preghiera, digiuni e soprattutto confessioni regolari con il prete che dirige il monastero, Padre Daniel, zelante ministro di Dio che ha messo a punto un rigoroso prontuario per la confessione che prevede ben 149 peccati, da passare in rassegna per un esame di coscienza approfondito. La mente fragile di Irina si fa contagiare dall’atmosfera di fanatismo mistico che si respira al monastero e comincia a sentirsi ossessionata dai peccati che crede di commettere o aver commesso, dal terrore del diavolo e della punizione eterna. Nelle lande desolate della Romania, lontane dal relativo benessere delle città, il diavolo è tutt’altro che una figura immaginaria o metaforica, si fa vedere e sentire e può impadronirsi delle anime più deboli. Il male e le miserie del mondo sono opera del demonio. Irina lo sa. Ma come salvare un’anima indemoniata?
Leggere un libro come Confessione a Tanacu è un pugno nello stomaco. Leggerlo sapendo che non si tratta di una storia partorita dall’immaginazione dell’autore, ma di un fatto di cronaca realmente avvenuto, fa letteralmente gelare il sangue. Tanto più che il racconto è costruito, con molta abilità, in modo da spingere il lettore, se non a immedesimarsi nei personaggi protagonisti di questa grottesca vicenda, a comprenderne i ragionamenti contorti, a giustificarli, quasi, perlomeno fino alla fine, quando l’incantesimo si scioglie e si viene catapultati fuori da quel mondo surreale per rientrare bruscamente nella realtà. Un esempio di come le nostre credenze e convinzioni possano facilmente manipolare e prendere il sopravvento sul mondo reale. Un pericolo da cui l’autrice, Tatiana Niculescu Bran, cerca di metterci in guardia. In uno stile asciutto, molto diretto, la giornalista riesce a descrivere, attraverso una storia esemplare, le sofferenze e le difficoltà di un popolo che accetta le proprie miserie senza farsi troppe domande, come fossero una punizione divina inevitabile e la strada più corta per trovare consolazione è la fede, una fede assoluta, cieca, alimentata da sacerdoti fanatici che praticano l’esorcismo come terapia salvifica. Niculescu Bran decide di raccontarlo in un romanzo. Un gesto importante, perché non si dimentichi, perché il mondo sappia che nel terzo millennio superstizioni e paure da Medio Evo sono ancora diffuse. Non troppo lontano da casa nostra.

 

 

 

 
 
 
 
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