Contro venti e maree

Contro venti e maree

Uno spettro si aggira per l’Europa, ma non è il comunismo. La minaccia dilagante, oggi, si chiama populismo. Parola strumentalizzata abbastanza da aver capito che non è il populismo la causa della crisi del progetto europeo, dell’avanzata del nazionalismo e della sconfitta politica dei vecchi gruppi dirigenti. Il populismo è invece, la conseguenza di un disagio che il dibattito politico nazionale e comunitario si è rifiutato di affrontare seriamente, un alibi per la politica allo sbaraglio. Dalle riflessioni sull’Europa nel deserto politico e mediatico dell’era ante-euro, in cui il tema non interessava l’opinione pubblica, ma solo un gruppo ristretto di attivisti, si è passati all’idea di Europa nella tempesta. Crisi economica e terrorismo, crisi migratorie e Brexit sono state il banco di prova di un’Unione impreparata a superare l’inverno economico finanziario del ventunesimo secolo, con le sue istituzioni e la sua moneta sfornite della cassetta degli attrezzi per gestire i venti di crisi, tanto da dover ricorrere all’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Perché l’Europa sembra non attrarre più? È davvero tutta colpa dell’euro e di un’unione monetaria costruita solo per i tempi di vacche grasse? Eppure, i numeri sui rapporti debito pubblico/PIL degli ultimi cinquant’anni sembrano contraddire la credenza popolare per cui l’ingresso nell’euro avrebbe danneggiato la nostra economia. Anzi, dati Istat ed Eurostat dimostrano senza ombra di dubbio che è grazie all’euro se l’Italia, pur nella bufera dell’indebitamento, è rimasta a galla. E allora, perché la gente non se ne accorge e si lascia tentare dall’idea di uscire dall’eurozona? Perché le lucciole del protezionismo e del nazionalismo fanno proseliti, spacciate per lanterne in grado di rischiarare il buio dell’incertezza presente? E soprattutto, quali risposte può e deve dare l’Europa a questioni, percepite dai più come temi chiave: l’afflusso dei migranti, la sicurezza, la disoccupazione?

“La vita personale influenza il pensiero” e per lui, cresciuto a Strasburgo, città di frontiera, sede del Parlamento Europeo e del Consiglio, il sogno europeo è diventato presto il vento verso cui dirigere la navicella del suo ingegno. Politico italiano di lunga esperienza, parlamentare europeo e più volte presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta è noto per i suoi toni pacati e i modi gentili, lontani anni luce dalla cifra polemica e aggressiva, che connota oggi i talk show della politica. Lo stesso approccio anti-polemica, ma positivo e propositivo, contraddistingue la sua ultima prova editoriale, costruita come un saggio-intervista all’autore, condotta dal giornalista Sebastien Maillard, direttore dell’Istituto Jacques Delors. Un libro che è una dichiarazione di campo per il presidente Letta: questa Europa non piace, è da cambiare con passione e idee, per realizzare un’Unione forte e sempre più includente. Ma è l’unico futuro possibile, l’unico orizzonte di integrazione per cui battersi, consapevoli che nell’affermata dimensione globale degli scambi e delle relazioni, “l’Europa non è divisa tra paesi grandi e paesi piccoli, ma tra paesi piccoli e paesi che non hanno capito di essere tali”. Indietro non si torna. Nessuno Stato può permettersi di isolarsi, di costruire muri per fermare i venti e le maree. Perché, parafrasando un proverbio cinese, quando soffia il vento del cambiamento, lo stolto costruisce muri, il saggio mulini a vento. Pubblicato nello stesso anno delle celebrazioni per i sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, da cui sono nate la Comunità Economica Europea e l’Euratom, il lavoro di Enrico Letta è una lucida riflessione sul senso e la necessità dell’integrazione, per leggere i tempi, interpretare le analisi economiche e sfatare i falsi miti dell’odioso “Ce lo chiede l’Europa”.

 


 

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