Controinsurrezioni

Controinsurrezioni

Giovanni Lanzoni è un garibaldino che attraversa Roma nel momento in cui i francesi stanno strappando nuovamente la città di mano ai repubblicani. Comincia la sua giornata con un morto sulla coscienza. La sua mira impeccabile glielo permette: un po' per vanità, forse un po’ meno per pietà finisce un prete agonizzante, sparandogli alle spalle. A Roma si spara e Lanzoni va in giro ora riparandosi dietro porte, ora dietro i muri delle case crollate mentre i francesi sganciano cannonate contro un esercito già sbrindellato ed sbandato. Lui vorrebbe combattere, resistere, fargliela vedere a quei francesi lì di che pasta sono fatti i garibaldini. Però di volonterosi a resistere c’è rimasto solamente lui perché a scappare sono pronti tutti, anche il generale, quel Garibaldi che passa sprezzante a cavallo col suo sigaro in bocca e sempre pronto a menare le mani come ha sempre fatto dall’America Latina fino a qui… Un rimpallo continuo tra Milano e Napoli, tra la scala e lo studio di Giacomo Leopardi, scene pornografiche che si inframmezzano, Cavallo pazzo morente e le Torri gemelle in fiamme. C’è il 1848 da raccontare, ma anche quello che ne è rimasto, di queste cosiddette rivoluzioni. Mentre il Nabucco di Verdi spara i suoi toni altissimi che inebriano il pubblico e Radames fa il suo ingresso trionfale, il “magnifico ribelle” di Recanati detta alla sua cameriera poemetti ironici, metaforici in cui gli uomini sono animali e nella goffaggine delle loro azioni fanno la Storia. Intanto a Milano la folla lincia Giuseppe Prina, ministro delle finanze del Regno d’Italia, dopo aver dato la notizia della caduta di Napoleone ed a Ponza approdano votati al martirio quei “trecento giovani e forti” che poi sono morti…

 

 

Controinsurrezioni è frutto della collisione fortuita tra le menti di Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Per la critica, un’accoppiata male assortita. Un comunista ed un fascista. Abominio. Ma la critica, si sa, o etichetta o non è. E fino ad un certo punto, per la verità, si è anche tentati di farsi ingolosire da questo connubio. Il fulcro è quel biennio convulso del Risorgimento in cui è maturata l’unità d’Italia narrato in un’ottica tutt'altro che benevola e patriottica. Si vedono tutte le miserie ‒ umane e storiche ‒ di quella stagione; si vede quel che ne è rimasto; si vedono le buone speranze di idee pure e nobili schiantarsi contro le palle di cannone dei francesi e di non trascurabili ottusità politiche. Si vede l’atto fondativo di una nazione che già da lì mostrava ogni difetto. Come scrisse Elena Bono in una sua poesia: “Ah Italia Italia/ mugnaia che macini male”. Tuttavia, va detto: aver messo insieme un racconto (La controinsurrezione, di Evangelisti) e una sceneggiatura (L’insurrezione, di Moresco) non è stata un’operazione granché arguta. I testi ‒ per citare De Andrè ‒ “non brillano certo in iniziativa”. È un compitino facile quello che portano a casa i due, ma senza alcun successo. Leggere e dimenticare sono due azioni consequenziali. Credere di aver perso tempo un pensiero collaterale costante. Controinsurrezioni lascia il tempo che trova e se l’opera di Evangelisti ha un minimo di trama, genera un barlume di interesse, la sceneggiatura schizofrenica e allucinata di Moresco manda tutto a carte quarantotto. Ci sarà pure stato ‒ in Moresco ‒ un forte indubbio acume intellettuale a voler rendere contemporaneo il concetto di “rivoluzione” sottendendo una forma di mercificazione del concetto tal quale le dozzinali pellicole porno da bancarella, quelle che servono agli adolescenti per “farsi le ossa sul mestiere”. Resta però tutto eccessivo, come se si volesse ficcare a forza l’occhio dell’italiano (già peraltro abbondantemente avvezzo alla pratica) dentro il buco della serratura della Storia, attirarlo con blandizie erotiche di bassa manifattura. Uno scrittore dovrebbe capire da sé che se un lavoro resta chiuso nel cassetto per tanto tanto tempo, un motivo (pur sottinteso) che chiama a responsabilità la propria coscienza ci dovrà pure essere.



 

 

 

 
 
 
 

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